La Guida Storica della valle Maira (volume primo)
VILLAR SAN COSTANZO
1028 - 2028: le comunità della valle Maira si avvicinano ai mille anni di storia
di Roberto Olivero

Raccontare la storia di Villar San Costanzo non è impresa semplice e scontata.

Innanzitutto perché si tratta certamente di uno degli insediamenti più antichi della valle Maira, per il quale, come succede spesso nei casi di luoghi che vantano una remota origine, i documenti spesso sono pochissimi (almeno per i periodi più lontani nel tempo). In questi frangenti si apre un ampio spazio per ipotesi legate alla tradizione e, talvolta, alla leggenda.

A questa situazione si può accostare invece la presenza di un’importante istituzione, politica, religiosa, che connota o condiziona la vita e l’esistenza del territorio. Nel caso in esame si tratta dell’ex-abazia (oggi chiesa parrocchiale di San Pietro in vincoli) e della chiesa di San Costanzo al Monte, entrambe oggetto di una ricca (ma non ancora esaustiva), serie di ricerche erudite e analisi storiche di livello qualitativo spesso accademico, studi che però faticano spesso ad entrare a far parte del patrimonio di conoscenze alla portata di tutti.

Per offrire una panoramica completa di quanto è stato edito sulla storia del territorio oggetto di queste pagine propongo, nell’apparato delle note, tutti i rimandi utili che ho potuto reperire e consultare; questa scelta è voluta per evitare un eccessivo appesantimento del testo con continue citazioni di autori1. Spero che questo non faccia poi apparire il lavoro svolto troppo sintetico o troppo incompleto. Villar San Costanzo è certamente uno degli insediamenti più antichi della Valle Maira.

Oggi il comune è costituito dal centro abitato di Villar, da quello di Morra e da numerose borgate sparse sia sulla fascia pianeggiante del territorio comunale sia da altre dislocate sulle pendici del monte San Bernardo. La storia del territorio è strettamente legata alle vicende dell’abazia benedettina che ha “donato” il nome al paese. In effetti la fondazione del monastero non offre un termine certo per la datazione e la denominazione del villaggio sorto presso dell’istituzione religiosa. I documenti basso medievali lo indicano semplicemente con il nome di Sanctus Constancius2. La denominazione Caneto/Canneto/Cannetum per il borgo, si trova solo nella Cronaca di Saluzzo di Giofredo della Chiesa3.

Egli afferma infatti che il luogo dove era sorta l’abazia «se chiamava antiquamente Caneto» ma non fornisce quale sia stata la fonte di questa informazione. Questa denominazione è poi stata ripresa in studi successivi attribuendo a tale indicazione l’elemento di una presenza in loco di paludi poi bonificate dai monaci della nuova istituzione religiosa. Tale ipotesi è stata messa in dubbio in ricerche più recenti4. Essa tornava comunque in alcuni testi del Meiranesio che attestò e pubblicò documenti datati e sottoscritti «in loco et villa Caneto» e «in loco e fundo Caneto», documenti che però la critica e gli studi del secolo XIX e XX hanno dichiarato essere dei falsi5.

Inoltre la diffusione del toponimo Canneto, anche se venisse accettata non significa per forza “luogo posto in basso ed acquitrinoso” poiché, in altre zone del nord Italia esso indica località di altura e quindi per esse sarebbe «incongruo sottintendere un paesaggio palustre»6.

Si può tornare ora, dopo questa doverosa premessa, a volgere lo sguardo all’imponente mole del monte San Bernardo, sito dal quale è possibile riprendere a raccontare le vicende del luogo e che qui affondano davvero le proprie radici nella leggenda.

Il nome dell’abitato è ovviamente legato al martirio di san Costanzo; egli, sempre secondo la tradizione, era un soldato appartenente alla mitica legione Tebea7, martire che qui trovò il luogo del suo sacrificio in seguito all’adesione alla fede cristiana. Al nome del “soldato” Costanzo è legata la leggenda che offre una spiegazione al fenomeno geologico dei notissimi ciciu. Queste curiose e particolari colonne di terra sormontate da una pietra scura, abbarbicate alle pendici del monte San Bernardo (e oggi “monumenti” salvaguardati in un parco-riserva ad essi dedicato e studiati come un fenomeno geologici di estremo interesse8 ), sarebbero stati invece, secondo la narrazione leggendaria dei fatti, militi romani impegnati nella caccia del convertito Costanzo che li avrebbe trasformati in pietra. Egli però non sfuggì al martirio e, qui torniamo sui più sicuri sentieri di ricerca storica, sul luogo della sua morte sorse poi la chiesa di San Costanzo al Monte, un “eremo” dipendente dall’abazia che trovò invece sede sul pianoro attorno al quale sorse il primo centro abitato del territorio.

L’insediamento monastico sarebbe poi stato istituito in età longobarda, come abazia regia. La sua fondazione è attribuita, sempre sulla scorta di Giofredo della Chiesa (che comunque scrisse la già citata Cronaca non prima del 14929 ) alla precisa volontà dei sovrani del VII-VIII secolo. In effetti però l’autore non offre riscontri né cita fonti in merito al sorgere del sito in quel periodo storico: Giuseppe Manuel di San Giovanni nelle sue Memorie storiche riprende il testo dell’antico cronista e, condividendone le conclusioni scrive che la fondazione dell’abazia di Villar San Costanzo è riconducibile «al principio dell’ottavo [secolo], e forse ancora al settimo, dominando nel Piemonte, come nella maggior parte dell’Italia, I Longobardi» e probabilmente ad opera di «uno dei due Ariperti che tennero lo scettro di quella nazione»10.

Questa cronologia è stata a lungo discussa, anche perché elementi archeologici rinvenuti nelle costruzioni dell’eremo di San Costanzo sono stati datati all’epoca carolingia11. Anche l’iscrizione che ricorda il martirio di san Costanzo, già ritenuta come opera dei secoli IX-X, è stata poi datata come risalente solo al XVI12. Questo elemento ha fatto propendere alcuni studiosi per una attestazione di un primo insediamento religioso nel territorio di Villar san Costanzo solo a partire dal IX secolo.

In realtà però, resta possibile accettare la datazione della presenza monastica (e quindi anche del primitivo abitato di San Costanzo) in età longobarda, poiché gli elementi architettonici citati potrebbero essere parte di un edificio costruito su una struttura preesistente, anzi potrebbero rendere plausibile il forte consolidamento di una presenza già ben radicata nel tempo13.

Circa l’adesione del monastero e di San Costanzo al Monte alla regola monastica di san Colombano si può affermare che essa resta ben ammissibile, se si fa riferimento all’importanza che il monastero di Bobbio rivestì presso i sovrani longobardi di Pavia (e che quindi sarebbero stati favorevoli ad un suo estendersi alle diverse realtà cenobitiche del regno) ma non necessariamente questo implica una diretta dipendenza o filiazione dall’abazia della Val Trebbia. Non è probante per sostenere un più stretto legame tra le due comunità monastiche la comune dedicazione di entrambe le chiese a san Pietro, perché era un’intitolazione assai comune a quel frangente cronologico14.

I monasteri altomedievali seppero spesso mantenere un’ampia autonomia gestionale, non costituendo un vero e proprio Ordine religioso, pur facendo riferimento ad una regola monastica comune, quella colombaniana, in questo caso e quella benedettina per i secoli successivi. Circa il nome del sovrano che si fece promotore della fondazione dell’abazia di Villar san Costanzo, diversi studiosi hanno fatto riferimento ad Ariperto II. Se si accetta però la lettura offerta da Giofredo della Chiesa (pur se ricordiamo non è suffragata da fonti certe ma che resta comunque ammissibile), ancor più che al secondo sovrano con questo nome è possibile attribuirla al primo Ariperto.

L’antico cronista saluzzese era stato decisamente preciso nell’indicare la data di fondazione per opera di «uno Ariperto rege de Longobardy el quale regna in Italia circa l’anno salutare 656 e regna nove anny» 15. Come già accennato in precedenza, non conosciamo le fonti a cui attinse Giofredo per stendere le pagine relative all’abazia del Villar, si può supporre però che potesse far riferimento a documenti che aveva avuto la possibilità di consultare o studiare. A sostegno di questa ipotesi si può addurre il fatto che anche la sede papale (in epoca assai tarda rispetto al periodo in esame e cioè nel 1498), riconfermò tutti i privilegi e donazioni ottenuti dal monastero nei secoli precedenti sia dall’autorità ecclesiastica sia da quelle regie e laicali e comuni fedeli16 .

Questa argomentazione potrebbe essere debole ma può essere suffragata dal fatto che Francesco Agostino della Chiesa, che fu amministratore dell’abazia per vent’anni (dal 1620 al 1642 quando fu nominato vescovo della diocesi), attento indagatore della storia del marchesato di Saluzzo, non corresse questa affermazione di Giofredo nelle sue prime opere pur intervenendo su altre17 . Sicuramente il presule saluzzese non aveva nella sua disponibilità questi documenti poiché non ne fa cenno ma non smentisce, in questa sede, la datazione proposta dall’antico cronista. Solo nella Cronologica historia afferma che l’istituzione del monastero era il 713 e che il suo fondatore era Ariperto II. Manuel di San Giovanni però fece osservare che questo re era morto già nel 71218 . Sulla sua scorta molti altri storici e studiosi attribuirono la fondazione dell’abazia di Villar San Costanzo e di altri importanti monasteri al secondo sovrano che portava quel nome, probabilmente affidandosi alla sua allora indiscussa autorità19 . Questa attribuzione poteva essere suggerita dal fatto che Ariperto II si dimostrò essere un sovrano rispettoso della Sede apostolica e cattolico osservante. Certamente questi potrebbero essere argomenti che rendono plausibile questa attribuzione ma anche il riferimento ad Ariperto I ha argomentazioni non deboli. Innanzitutto la citazione più antica (quella appunto di Giofredo seppur non ne conosciamo la fonte) ma poi anche perché in Ariperto I si identifica uno dei primi sostenitori dell’arruolamento di diversi martiri dell’età tardo antica che predicarono la fede cristiana nel Piemonte sud occidentale, nell’arco compreso tra le Alpi marittime e Cozie tra i santi tebei, ancor prima che questo divenisse uno dei cardini della politica religiosa di casa Savoia nel XVI secolo20.

Per quel che riguarda le vicende storiche successive si può sostenere che l’abazia seppe consolidare la propria sfera di autonomia.

Caduto il regno longobardo e passata l’età carolingia, periodo nel quale prende avvio il primo vero e proprio cantiere costruttivo presso San Costanzo al Monte, essa rafforza questa sua indipendenza spirituale e temporale rispetto ai marchesi di Busca prima e a quelli di Saluzzo poi, signori nel cui dominio fu compreso il territorio della valle Maira tra XII e XVI secolo. Tale privilegio fu garantito da un esplicita dipendenza dalla Santa Sede romana e poi da uno stretto legame con gli arcivescovi di Milano21. Proprio a questo legame si deve il secondo patronato dell’abazia benedettina: quello di san Vittore.

Probabilmente avvenne una sovrapposizione tra la figura di un martire tebeo, compagno di Costanzo, con un altro Vittore, conosciuto come il Moro, originario della Mauritania e martirizzato nei pressi di Milano, la cui vicenda agiografica è narrata da sant’Ambrogio vescovo e poi divenuto patrono principale della diocesi meneghina. Nel bosco, luogo dell’uccisione di Costanzo, situato sul declivio del San Bernardo (807 m. s.l.m.), sorse, come già accennato, a partire dal IV secolo, prima un semplice sepolcro (sacellum) ma in considerazione della crescente venerazione dedicata al martire, fu edificato poi un vero luogo di culto.

Quello pervenutoci, che possiamo ammirare nelle sue notevoli forme architettoniche, ebbe un primo importante assetto a partire dall’undicesimo secolo e, certamente, dal 1190. Gli storici dell’arte hanno individuato almeno due sezioni e tempi di costruzione del grande edificio: uno attribuito appunto al periodo XI-XII secoli, l’altro al XIII. La facciata attuale della chiesa, risale però al Settecento.

Ci si è interrogati spesso sul fatto se fosse sorta prima la sede abaziale di Villar o l’insediamento monastico di San Costanzo al Monte. Diverse linee interpretative propendono per la seconda ipotesi anche se poi il luogo pianeggiante, facile zona di dissodamento e colture agricole avrebbe poi fatto preferire ai monaci l’insediamento e la costruzione della chiesa e della sede principale del monastero nella zona in cui trova sede il comune. San Costanzo quindi divenne eremo e dipendenza ma mantenne una importanza innegabile tanto da rimanere luogo privilegiato del culto del martire, testimoniato dal fervore di opere costruttive imponenti: due chiese sovrapposte, dotate di strutture di servitù e abitative interessanti.

Intanto però anche la chiesa abaziale del piano vedeva accrescere la sua importanza e veniva dotata di una cripta. Il monastero e quindi probabilmente anche il santuario di San Costanzo, forse in decadenza o forse distrutti, intorno al X secolo per opera di quelle incursioni attribuite ai saraceni dalla tradizione storica, furono ricostruiti o almeno salvaguardati per opera della contessa di Torino Adelaide, intorno al 109122. In effetti, il documento più antico che attesterebbe un sicuro dato certo per l’esistenza effettiva sul territorio è una bolla di papa Alessandro III, datata 14 ottobre 1162, in favore della chiesa di Sant’Ambrogio di Milano, in cui viene citata l’abazia di San Costanzo di Villar23.

Accanto a questo documento è stato fonte di discussioni un diploma dell’imperatore Enrico III ma la ricerca più recente tende a confermarne l’autenticità24. Il documento più interessante del periodo, per raccontare qualche cosa in più in merito alla situazione del tempo circa il monastero di Villar, è datato 25 giugno 1190, anche se ci è giunto solo in copia quattrocentesca. Infatti, nel 1417 l’allora abate di San Costanzo, Giacomo Armitano, richiese all’Arcivescovo di Milano la riconferma degli antichi privilegi ed ottenne in risposta, tra le altre carte, il decreto con cui il presule milanese del tempo, Milone Cardaneo, in accordo con l’abate Ottone, poneva le terre e gli uomini dipendenti dall’abazia sotto la tutela dell’arcivescovato di Milano, proteggendoli quindi da un possibile assoggettamento ad altre potenti signorie locali (in particolare quindi dall’ingerenza dei marchesi di Saluzzo25.

Tra il 1286 e il 1290 l’abate Enrico Bergiano provvide a rinnovare le strutture architettoniche ma anche la situazione economica e morale del monastero che mostrava segni di decadenza dopo il governo non adamantino del predecessore, l’abate Giacomo II che era stato addirittura scomunicato nel 1268 dal vescovo di Torino Gaufredo perché gli aveva impedito la visita pastorale del cenobio26.

Dopo le distruzioni apportate nel 1314 dalla guerra fra Roberto d’Angiò, re di Napoli e conte di Provenza e il marchese Manfredo di Saluzzo, toccò all’abate Dragone Costanzia tentare una ripresa della situazione che si concretizzò con un primo venire a patti con la popolazione locale. Infatti, egli stipulò, il 29 agosto 1316, una convenzione con gli abitanti del Villar attraverso la quale li liberava dai vincoli di enfiteusi verso l’abazia e donava loro terre per costruire un nuovo villaggio con l’impegno che essi stessi lo circondassero di mura e fossato; questa parte dell’accordo non trovò però realizzazione27. Il XIV secolo non offre altre notizie di importante rilevanza.

Occorre quindi arrivare a circa la metà del secolo successivo per trovare ancora elementi di incontro tra l’abazia e la comunità civile di Villar. Nel 1447 gli abitanti del luogo giurarono fedeltà al nuovo abate: Giorgio Costanza dei signori di Costigliole28; egli si può considerare l’ultimo abate vero proprio del monastero, poiché in seguito la carica fu affidata poi in una modalità differente. Tra il 1467 e il 1479 egli promosse la costruzione, presso la chiesa monastica dell’abazia, della splendida cappella con sarcofago in pietra, suo luogo di sepoltura, decorata con i notevoli affreschi di Pietro da Saluzzo. L’abazia aveva tra le sue dipendenze proprio il paese di Costigliole oltreché diversi abitati della valle Maira anche siti nel cuneese: San Damiano Macra, Pagliero, la chiesa di San Pietro dei Turrigli (posta su un’altura ai confini tra i comuni di Caraglio, Dronero e Montemale), Villanovetta, Centallo, la cappella di (San?) Santa Colomba a Villafalletto, chiese e cappelle che facevano parte della diretta giurisdizione sia spirituale sia temporale dell’abazia stessa29.

Il numero dei religiosi professi residenti presso il monastero sembra però essere stato, leggendo gli atti delle visite pastorali, spesso limitato nei numeri. Oltre a questi va ricordato che l’abazia aveva alle sue dipendenze dei “conversi” e personale laico che si occupavano dell’andamento delle grange e delle morre, cioè delle vere e proprie “aziende agrarie” che trovavano luogo presso le chiese che erano direttamente curate dal monastero o proprietà terriere che erano state donate all’abazia o che essa aveva acquisito attraverso un’oculata strategia di accrescimento e consolidamento del proprio patrimonio. Proprio il secondo dei toponimi ha lasciato tracce evidenti nel territorio: la frazione principale si chiama appunto Morra del Villar e in direzione di Busca, verso la colletta di Rossana si trovano Morra san Giovanni e Morra San Bernardo, Morra San Pietro, tutte situate appunto nel territorio circostante.

Lo sfruttamento di un territorio favorevole all’agricoltura e alla silvicoltura accrebbe ancora la florida situazione economica dell’abazia. Proprio questo benessere determinò la fortuna ma anche la decadenza del monastero stesso. A partire infatti dal 1473, la carica abaziale fu data in commenda, cioè attribuita dagli ultimi marchesi di Saluzzo (pratica poi perseguita anche dai duchi di Savoia che divennero effettivi signori del Marchesato di Saluzzo) a personaggi non necessariamente religiosi/monaci che, pur conservando il titolo di abate, non risiedevano presso il monastero e si limitavano, spesso, a percepirne le rendite, non occupandosi della cura spirituale dell’abazia e dei fedeli ad essa legati. In tale contesto storico si diffuse nel territorio la predicazione protestante che acquisì consensi ed adesioni30.

Accanto a tale motivo di decadenza della vita monastica certamente ebbero un peso notevole per contribuire a renderla ancora più debole, i numerosi passaggi di eserciti che tra XVI e XVIII secoli interessarono la val Maira rendendola insicura e sottoposta a saccheggi e taglieggiamenti da parte delle diverse soldataglie accampate o in transito.

Le pagine delle Memorie storiche di Manuel di San Giovanni ci ricordano quanto fosse desolante la situazione del territorio e in particolare di Villar e della sua abazia. Gli abati commendatari non risiedevano più presso il monastero e la governavano tramite vicari che ne rilevarono in più momenti lo stato di decadenza e di pericolosità anche per l’assenza di manutenzione delle strutture edilizie, in particolare nel 1589 e 165731. Per fortuna ci furono anche tempi migliori con il governo del vicario abaziale Francesco Agostino della Chiesa (160-1642).

L’abazia però, pur se in forte decadenza, fu formalmente soppressa da Pio VII solo nel 1803 dopo le campagne napoleoniche in Italia e l’annessione dell’attuale provincia di Cuneo alla Francia stessa con la creazione del Dipartimento della Stura32. Già in precedenza però, a partire dal XVII secolo, con il venire meno dell’influenza monastica sul territorio, aveva acquisito notevole importanza, il “comune”, cioè l’amministrazione laica del borgo principale che, come già accennato, anche nei secoli precedenti aveva avuto occasioni di dissidio nei confronti dell’autorità religiosa ma che, con il progressivo decadimento della presenza dei monaci (e probabilmente della loro qualità) aveva acquisito spazi di manovra e legittimazione sempre più vasti.

Dall’età napoleonica (ma poi anche nel seguente periodo della Restaurazione) la presenza monastica cessò e non fu più ricostituita. La chiesa ex-abaziale, già completamente ristrutturate e rinnovata in modalità barocca nel XVIII secolo per opera dell’architetto Francesco Gallo, divenne parrocchiale; una parrocchia, indipendente dalla prima, fu costituita anche nella frazione Morra, così come divennero autonome (e dipendenti solo dalla diocesi di Saluzzo) le altre chiese che avevano fatto parte del patrimonio dell’antico monastero.

La chiesa di San Costanzo al Monte visse un lungo periodo di abbandono e venne suddivisa, come proprietà, tra diversi privati che fecero in essa diversi interventi che ne snaturarono l’uso primitivo e l’architettura. In particolare questo ultimo elemento fu poi recuperato attraverso una lunga serie e diverse campagne di consolidamento e di restauro che ebbero inizio già nella prima metà del secolo scorso e che stanno portando, ai giorni nostri, ad importanti interventi e soluzioni.

Dopo il ritorno dei Savoia (1815) nel Regno di Sardegna, Villar e il suo territorio seguirono le vicende storiche del territorio della bassa Valle. Il legame con la tradizione agricola rimase forte e fonte di sostentamento della popolazione locale sino agli anni settanta del secolo scorso, in continuità con il lungo lavoro condotto in loco, sin dall’alto Medioevo, dai monaci dell’abazia, anche con il recupero odierno della tradizione vitivinicola che caratterizzò a lungo le alture e la zona del Villar, sino alle porte di Dronero, con la produzione di un particolare vitigno locale.

L’economia ha visto poi lo sviluppo di attività artigianali (già presenti in parte sul territorio comunale) e di piccola industria. Ovviamente, non poteva mancare la valorizzazione del patrimonio storico ed artistico legato agli insediamenti monastici delle chiese ex-abaziale e di San Costanzo al Monte. Un legame con il passato che ci riconduce agli albori della storia di Villar e del suo territorio, un legame che è occasione di ripresa di vitalità e risorsa di occupazione lavorativa, attraverso il volano del turismo ma anche un intelligente recupero della memoria storica del luogo.

 

 

Note

 

1 Doverosa è la citazione del volume di G. ROVERA, L’abazia benedettina di Villar San Costanzo (712-1803), Borgo San Dalmazzo 1982 (seconda edizione. s.l. 2011) che ha contribuito alla conoscenza e alla divulgazione della millenaria storia del luogo; cfr. anche le pubblicazioni di: G. RISTORTO, Villar San Costanzo nel passato: avvenimenti, statistiche, immagini e curiosità, Villar San Costanzo 2015, e I santuari di Santa Maria Delibera e di san Costanzo sul Monte. Cenni illustrativi con fotografie a cura di O. A. FERRERO, Borgo san Dalmazzo 1956. Essenziali restano le ricerche di G. MANUEL DI SAN GIOVANNI, Dei marchesi del Vasto e degli antichi monasteri de’ SS. Vittore e Costanzo e di S. Antonio nel marchesato di Saluzzo. Studi e notizie, Torino 1858, e dello stesso autore le Memorie storiche di Dronero e della Valle di Maira, Torino 1868; E. DAO, La Chiesa nel saluzzese sino alla costituzione della diocesi di Saluzzo, Saluzzo 1965. Accanto a queste opere il fondamentale contributo, in particolare per la storia architettonica ed artistica della chiesa di san Costanzo al Monte, di E. OLIVERO, L’antica chiesa di S. Costanzo sul Monte in Villar S. Costanzo (Cuneo), Torino 1929, in Biblioteca della Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della provincia di Cuneo, 2. (d’ora in poi Biblioteca della SSSAA) e l’aggiornato contributo di E. MICHELETTO, S. UGGÈ, La chiesa di San Costanzo sul Monte San Bernardo (Piemonte, Cuneo) e il suo arredo scultoreo, in «Hortus artium medievalium», 9 (2003). Per la cappella di San Giorgio nell’ex-chiesa abaziale cfr.: ALBINO ARNAUDO, La Cappella di San Giorgio nell’ex chiesa abaziale di Villar San Costanzo, Cuneo 1979. Cfr inoltre: Erudizione, archeologia e storia locale: studi per Liliana Mercando, a cura di R. COMBA ed E. MICHELETTO, Cuneo SSSAA, 2004. Cfr anche: San Costanzo al Monte (Cn): analisi del complesso monumentale e progetto di rifunzionalizzazione, tesi di laurea di F. BERSIA, C. ELLENA, relatore C. BERTOLOZZI, correlatore esterno M. MACERA, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, A. a. 1994-1995. Sono poi in corso di pubblicazione gli atti del Convegno sui monasteri di Villar san Costanzo e Sant’Antonio di Dronero (2014) sempre a cura della SSSAA; alcuni contributi di questo simposio sono già stati editi sul Bollettino della medesima Società; in particolare ci sembra significativo quello di A. A. SETTIA, Alle origini del Monastero regio di San Costanzo: Longobardi e martiri tebei, in «Bollettino della SSSAA» (d’ora in poi BSSSAA), 156, (2017), pp. 7-19 e, sullo stesso numero, C. TOSCO, San Costanzo al Monte e l’architettura lombarda, pp. 21-32.

2 Cfr. R. COMBA, Metamorfosi di un paesaggio rurale. Uomini e luoghi del Piemonte sud-occidentale dal X al XVI secolo, Torino 1983, p. 60, L. PROVERO, Monasteri, chiese e poteri nel Saluzzese (secoli X-XIII) in «Bollettino storico bibliografico subalpino» XCII (1994), pp. 458-459.

3 G. DELLA CHIESA, Cronaca di Saluzzo. L’arbore e geneologia de la illustre casa de Salucio discesa dal saxonico sangue cum molte altre antiquitade agiunte d’altri potentaty e signory, in Historiae Patriae Monumenta, Scriptores III, Augustae Taurinorum 1848, col. 875.

4 Soprattutto cfr. SETTIA, Alle origini del Monastero regio di San Costanzo cit., p. 9: «Del tutto opinabili risulterebbero quindi le illazioni tratte dal nome Caneto al quale si è voluto attribuire un significato ambientale sprovvisto di ogni ragionevole fondamento: sarà pur vero che il sito in cui sorge la chiesa di san Pietro “è ancor oggi umido per le acque” scese dalle alture circostanti, tanto da richiedere opportuni drenaggi, ma da questo a immaginare la presenza di grandi paludi e un conseguente lavoro di bonifica molto ci corre».

5 Nelle opere del prevosto di Sambuco (pubblicate in F. ALESSIO, I primordi del cristianesimo in Piemonte e in particolare a Tortona, in Studi sulla storia del Piemonte avanti il Mille. Pinerolo 1908, pp. 228-234.Circa la questione delle falsificazioni di Meiranesio è utile la lettura di L. SCHIAPPARELLI, Codice diplomatico longobardo, I, Roma 1929 (Fonti per la storia d’Italia 62, I), doc. 41 (8 marzo 728) pp. 140-143; importante anche il contributo di S. RODA, L’epigrafia selvaggia di Giuseppe Meiranesio (1729-1793) in «Quaderni storici», 31 (1996), pp. 631-652.

6 SETTIA, Alle origini del Monastero regio di San Costanzo cit., p. 9. Cfr. ivi, nota 13 con i riferimenti a Canneto Pavese, in zona collinare a destra del Po e S. Maria del Canneto presso Taggia (Imperia).

7 Sulla storia della legione tebea è estremamente utile leggere: R. LIZZI TESTA, Il culto dei martiri tebei nell’Italia nordoccidentale, un veicolo di cristianizzazione in Actes du colloque (Fribourg, St Maurice, Martigny, 17-20 septembre 2003), a cura di O. WERMENLINGER, PH. BRUGGISSER, B. NÄF, J.L. ROESSLI, Fribourg 2005 e F. BOLGIANI, La leggenda della legione tebea, in Storia di Torino, I, cit.

8 Studio su un geotopo della bassa Val Maira: le piramidi d’erosione di Villar San Costanzo / nota di ALBERTO COSTAMAGNA presentata dal Socio corrispondente AUGUSTO BIANCOTTI nell’adunanza del 12 aprile 2000. – [S.l. : s.n.!, [2000?. – P. 88-98 ((Estr. da: Atti della Accademia delle scienze di Torino, 134(2000).

9 SETTIA, Alle origini del Monastero regio di San Costanzo cit., p. 7, in particolare cfr. la nota 2 in cui sono presenti le più recenti conclusioni sull’attribuzione cronologica della Cronaca (tradizionalmente datata verso l’anno 1450) con riferimenti bibliografici a: M. BERTIGLIA, A. BRANDIMARTE MORELLI, Contributo alla cronologia e all’attribuzione della Cronaca di Saluzzo, in «Bollettino storico bibliografico subalpino» LXXIII (1975), pp. 655-664; R. BORDONE, Della Chiesa Giofredo, in Dizionario biografico degli italiani, 36, Roma 1988, pp. 753-755, e L. GENTILE, Araldica saluzzese, il medioevo, Cuneo 2004, (Marchionatus Saluciarum Monumenta, Studi, 2), p. 29, nota 58.

10 MANUEL DI SAN GIOVANNI, Memorie storiche cit., I, p. 24.

11 MICHELETTO, UGGÈ, La chiesa di San Costanzo cit. p. 386; EADD, Monasteri di età altomedievale nel Piemonte meridionale: Borgo S. Dalmazzo, Villar S. Costanzo, Pagno, in Il viaggio della fede. La cristianizzazione del Piemonte meridionale tra IV e VIII secolo, Atti del Convegno di Cherasco, Bra, Alba, 10-112 dicembre 2010, a cura di S. LUSUARDI SIENA, E. GAUTIER DI CONFIENGO, B. TARICCO, Alba, Bra, Cherasco 2013, p. 179.

12 G. COCCOLUTO, Il “martyr Domini Costancius”. Dati e problemi per una iscrizione, in «BSSSAA», 131 (2004), pp. 76-96.

13 SETTIA, Alle origini del Monastero regio di San Costanzo cit., pp. 18-19.

14 Ivi, p. 18.

15 DELLA CHIESA, Cronaca cit., col. 862.

16 SETTIA, Alle origini del Monastero regio di San Costanzo cit., p. 10.

17 Historia de marchesi di Saluzzo di Giofredo della Chiesa secretario del marchese Ludovico primo con notizie additione di monsignor Francesco agostino della Chiesa vescovo d’essa città, ms. autografo di 204 pp. numerate, in Biblioteca Reale di Torino, storia patria, 174, p. 14; cfr. anche Annotazioni fatte alle Chroniche di Saluzzo del Gioffredo Chiesa da monsignor Agostino Della Chiesa e da altro che può essere il senatore Ludovico Della Chiesa, ms. datato 1767, di pp. 217 numerate presso la stessa biblioteca, Storia patria, 307.

18 SETTIA, Alle origini del Monastero regio di San Costanzo cit., p. 11.

19 C. TURLETTI, Storia di Savigliano corredata da documenti, I, Savigliano 1879, p. 61 (che cita la cronaca di Savigliano di Peronino Sereno; A.M. RIBERI, S. Dalmazzo di Pedona e la sua abazia (Borgo San Dalmazzo) con documenti inediti. Torino 1929 (BSSS 110), pp. 162-163.

20 SETTIA, Alle origini del Monastero regio di San Costanzo cit., pp. 12-16. Egli cita i casi di san Dalmazzo, san Secondo, san Chiaffredo, con interessanti riferimenti bibliografici.

21 MANUEL DI SAN GIOVANNI, Dei Marchesi cit., p. 207 ssg.

22 MANUEL DI SAN GIOVANNI, Dei Marchesi cit., pp. 188-190.

23 Ivi.

24 Interessanti conclusioni in merito nell’intervento di G.G. FISSORE, Un documento-chiave per la storia del “monasterium Sancti Costantii”: un discusso diploma dell’imperatore Enrico III (XI secolo), nel già citato Convegno La Regia Abazia di San Costanzo i cui atti sono in corso di pubblicazione

25 R. COMBA, Metamorfosi di un paesaggio rurale. Uomini e luoghi del Piemonte sud occidentale dal X al XVI secolo, Torino 1983, p. 60.

26 San Costanzo al Monte (Cn): analisi del complesso monumentale cit., p. 26.

27 MANUEL DI SAN GIOVANNI, Dei Marchesi cit., pp. 218-220.

28 Ivi, p. 235.

29 G. COMINO, «Con quattro parole di buon inchiostro»: la corrispondenza di Francesco Agostino Della Chiesa vicario abbaziale di Villar San Costanzo (1620-1642), in «BSSSAA», 154 (2016), p. 19.

30 A. PASCAL, La riforma protestante nelle terre dell’Abbazia de’ SS. Vittore e Costanzo, Bene Vagienna 1931.

31 Visite del vicario abaziale Alessandro Ferentillo che annota essere la chiesa “aperta e senza tetto” e del vicario Tommaso broglia che impone alla comunità civile di cingerla di muro e coprirne il tetto; cfr. MANUEL DI SAN GIOVANNI, Dei Marchesi cit., p. 187.

32 OLIVERO, L’antica chiesa di S. Costanzo cit., p. 57.

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