La Guida Storica della valle Maira (volume primo)
STROPPO
1028 - 2028: le comunità della valle Maira si avvicinano ai mille anni di storia
di Enrico Raina

Il nome di Stroppo, così come quello di altri Comuni della valle, si trova menzionato per la prima volta in un documento del 28 maggio 1028 con il quale il Marchese Olderico Manfredi concedeva al Monastero di Caramagna le decime provenienti da alcuni paesi della Valle Mayrana, tra i quali “Strop”.

L’etimologia di Stroppo è incerta; secondo alcuni deriverebbe da “strup”, ossia aggregato, gruppo di case, ma anche gregge dal latino medievale “stropus”. Questa interpretazione sembrerebbe rafforzata proprio dal nome Paschero (latino pascum), ossia territorio di greggi, pascolivo.

Secondo altri il termine “stroup”, significherebbe invece chiusura, imbottigliamento, con riferimento al restringimento che la valle presenta a monte del paese, poco prima del bivio per Elva.

Per avere altre notizie storiche sul comune occorre attendere la fine del XIV secolo (precisamente il 5 novembre 1396), quando alcuni “sapienti”, tra cui Giacomo Aynaudi di Stroppo, redigono gli Statuti della Valle. Prima di questo momento, a partire dal 1254, le 12 comunità dell’alta valle Maira godevano già di ampie franchigie ma non avevano statuti comuni.

Stroppo divenne fin da allora la sede delle assemblee ordinarie; la casa nella quale erano trattati e discussi i comuni interessi portava il titolo di “Casa del Re”, visibile ancora oggi e denominata Casa Vout.

Nei secoli XVI e XVII il Comune venne infeudato al Marchese Chiesa, in seguito a quello di Roddi, e in seguito ancora ai Pallavicini di Ceva.

Infine, con atto del 7 maggio 1772 il Comune venne definitivamente infeudato ad un certo Sig. Taricchi di Spinetta, che assunse il titolo di Conte di Stroppo.

Nel 1861, anno dell’unità d’Italia, Stroppo aveva 1739 residenti; al censimento del 1911, poco più di un secolo fa, erano ancora 1335. Al primo gennaio 2017 ne contava 104.

Il crollo del numero di abitanti si è registrato tra il 1921 (1270 residenti) e il 1971 (262 all’anagrafe).

La casa di riposo di Stroppo è intitolata ad Alessandro Riberi (1794 – 1861), medico chirurgo, tra i fondatori dell’Accademia delle Scienze di Torino, medico di Casa Savoia e senatore del Regno.

 

 

 

Bibliografia minima

Nella stesura dell’articolo si è abbondantemente attinto alle seguenti pubblicazioni:

Stroppo – Ricordi storici narrati al popolo dal suo Parroco Leinardi D. Chiaffredo (1929); Lo spopolamento montano nella Valle Macra del Dott. Giuseppe Balocco (1932); Cuneo anno 1752. Statistica della Provincia a cura di Bianco Costanzo (2014).

Si ringrazia inoltre l’Amministrazione Comunale di Stroppo per avere messo a disposizione dello scrivente le ricerche svolte da Girolamo Lonardelli, ex sindaco di Stroppo.

 

Molti sono gli spunti di riflessione che si possono trarre da un esame, anche superficiale, dei paesaggi riprodotti sulle cartoline; personalmente, l’aspetto che più mi ha colpito, per il contrasto con il contesto attuale, è la situazione dei terreni circostanti a Bassura e Paschero, all’epoca coltivati fin nei posti più remoti, oggi abbandonati ed invasi da boscaglie.

Secondo i dati riportati dal Conte Nicolis di Brandizzo, Intendente Generale della Provincia di Cuneo, nel Comune di Stroppo vi erano (nel  1752) ben 773 giornate coltivate a campi (1 giornata =3.810 mq), 23 a vigna, 2358 a prati o alpi.

503 erano invece le giornate a bosco e 2703 le giornate a pascoli o gerbidi.

Sempre secondo i dati del Nicolis di Brandizzo, le 773 g.te a campi erano seminate a segale e a marsaschi, ossia avena, orzo e legumi.

Non è ovviamente  citata la patata (trifulo), la cui coltivazione in Italia si è diffusa a partire da metà 800, ma stupisce l’assenza del grano saraceno  (furmentin), coltivato in Italia già a partire dal ‘500 e segnalato tra le colture di altri Comuni della valle, e della canapa (charbou), molto diffusa per la produzione di fibra tessile previa macerazione per tre settimane in apposite pozze colme d’acqua (nais).

Da San Damiano Macra in su la coltivazione dei seminativi avveniva prevalentemente su terrazze sostenute da muretti a secco; lo stesso succedeva per i vigneti. Questi terrazzamenti rappresentavano conquiste duramente conseguite e faticosamente conservate dall’uomo, a causa dei continui trasporti di terriccio che richiedevano  per essere mantenuti funzionali.

Segnalava il Balocco che “fra Caudano e Centenero  vi è una regione  solatia che trenta anni fa (a fine ‘800 circa) , sistemata a terrazze, era coltivata a cereali e patate; coll’esodo dei proprietari i murazzi di sostegno delle terrazze sono caduti ; l’alluvione nel giro di pochi anni ha asportato il terriccio e così dove eravi il coltivo, rispunta la roccia e roccia sarà per sempre”.

Per quanto riguarda i prati, si distingueva tra il prato maggengo, spesso irrigato e concimato, che produceva due tagli, a volte tre (lou menc il primo taglio, la riegio il secondo). Prato alpino era invece il prato non concimato che forniva un solo taglio ad agosto. La zona dei prati alpini si estendeva dai 1600 ai 2.500 m del Monte Nebin. Contrariamente a quanto si potrebbe presumere, nei fienili i ¾ delle scorte erano costituiti dal fieno del prato alpino, che il Balocco, con un esempio illuminante definiva “il pane quotidiano del bestiame”, mentre quello dei maggenghi rappresentava “il   companatico”.

Per quanto riguarda i terreni di proprietà comunale, un cenno meritano quelli concessi in enfiteusi ai privati. L’enfiteusi è un diritto di godimento di un fondo di proprietà altrui, con l’obbligo di migliorarlo e di pagare al proprietario un canone annuo in denaro o in derrate.

Sono i cosiddetti “bars”o beni dissodati, alcuni dei quali avevano un’estensione non superiore a 2-3 mq., ma a causa della penuria di terra e di cibo che vi era all’epoca, venivano comunque zappati e seminati.

In un’economia chiusa, di pura sussistenza, totalmente dipendente dall’agricoltura, erano purtroppo frequenti le carestie, soprattutto causate da condizioni climatiche avverse, che mettevano in ginocchio non solo l’economia del territorio ma  riducevano alla fame interi nuclei famigliari.

La prima di cui si ha notizia si verificò nel 1728, quando grandi inondazioni devastarono le campagne; altre si manifestarono nel 1790, sempre conseguenti a piogge eccezionali, e nel 1791, quando il 14 giugno vi fu una nevicata particolarmente abbondante, che gelò le coltivazioni di cereali e  leguminose.

Quell’anno la produzione agricola fu estremamente ridotta; si produssero 150 emine di grano (1 emina =  23 litri circa ), 50 di barbariato (misto di grano e segale), 1.800 di segale, 500 di orzo, 50 di fave, 50 di altri legumi e 150 di avena. Secondo il Nicolis di Brandizzo, le produzioni abituali erano invece di 4.534 emine di segale e 5.204 emine di marsaschi (avena, orzo e legumi), per cui nel 1790 si produsse il 25-30 % della produzione normale.

Per sopperire alla carenza di alimenti, il Comune acquistò dal Governo 2.300 emine di grano,  400 di riso e 1.600 di segale, quantità comunque insufficienti per sfamare i 1.350 abitanti di Stroppo.

Altra carestia si ebbe nel 1801 quando il Parroco, Don Pietro Abello, scrisse nei registri parrocchiali (senza precisarne la causa) che “la gente, dal mese di marzo fino alla maturazione delle messi, come altrettante bestie, dovette vagare pei campi in cerca di erbe per sfamarsi. Venite, o Signore, ad usare pietà ai miserabili”.

Risulta infine dagli archivi comunali che nel 1810 una pioggia di quattro mesi continui mise le popolazioni della valle a dura prova e le straripanti acque del Maira distrussero buona parte delle case della Villa di Acceglio, trasportando grandi quantità di bestiame, mobili, masserizie fino alle paratoie dei mulini di Stroppo.

(cartoline anni 1902 – 1903)

 

 

Ancora alcune curiosità in merito alle chiese che compaiono nelle foto: la Parrocchiale di S. Giovanni Battista, la Chiesa di S. Pietro e la Confraternita (la Crusà).

Anticamente, pur essendoci un solo parroco, vi erano due parrocchie: quella di S.Giovanni Battista e quella di S. Pietro. Nella prima e terza domenica del mese il parroco officiava nella parrocchiale di S.Giovanni, nella seconda e quarta domenica si spostava in quella di S. Pietro, dove confluivano soprattutto gli abitanti di Cucchiales e Morinesio, in quanto le altre borgate erano più vicine alla parrocchiale di S.Giovanni.

Si mantennero due parrocchie fino al 18 settembre 1824 quando, con decreto della Curia, fu soppressa la Parrocchia di S. Pietro. Questo atto suscitò non solo vivaci proteste ma probabilmente anche qualche disordine tra gli abitanti di Cucchiales e Morinesio, in quanto risulta che a fine 1824 il Governatore di Cuneo fu costretto ad inviare a Stroppo una compagnia di soldati, ai quali 20 famiglie di rivoltosi dovettero fornire vitto e alloggio. Fra queste famiglie, ben sedici erano di Morinesio. Ovviamente i tumulti cessarono, ed il provvedimento divenne definitivo.

La terza Chiesa visibile nella foto è quella della Confraternita detta del Gonfalone (La Crusà); non sono stati reperiti documenti che attestino la data di costruzione; risulta comunque che fin dal sec. XVI essa ebbe un Oratorio proprio con messa festiva e acquistò un ruolo importante nell’arginare l’eresia dei calvinisti.

Curiosa la postilla che Don Leinardi Chiaffredo scrisse a proposito della Confraternita: “Mantenne sempre un ottimo rapporto con gli altri parroci della Parrocchia, ad eccezione che con Don Bernardi di Gaiola (1733 – 1742), il quale con deposizione testamentaria ne vietò persino l’intervento alla sua sepoltura”.

(cartoline anni 1909 – 1941)

 

 

Foto di Pont d’la Cheino (Ponte Catena), anno 1910 circa (archivio Luigi Massimo)

Pur essendo totalmente situato nel territorio del Comune di Stroppo, poco a valle del bivio per Elva, fu ricostruito dagli accegliesi nel 1786 per accedere al bosco denominato “Buscass”, sul quale gli abitanti di Acceglio avevano acquisito “ il diritto di boscheggiare, ossia di appropriarsi delle piante deperite, di quelle abbattute dalle valanghe o dall’impeto dei venti, delle ramaglie, e di estrarre anche le ceppaie”.

Il diritto di legnatico aveva però una contropartita, in quanto il Comune di Acceglio aveva l’obbligo di “ristorare” il Ponte, ossia di mantenerlo in buone condizioni di percorribilità.

Si trattava di un ponte romano che, come si evince dalla foto, collegava l’attuale strada provinciale con il bosco di abeti e faggi situato oltre il Maira…

Tale ponte ora non esiste più, in quanto fu distrutto nella primavera del 1944 per cause belliche, e da allora non è più stato ripristinato.

Sembrerebbe però che l’obiettivo non fosse il Pont d’la Cheino (anche perché non aveva nessun interesse strategico – militare) ma il ponte sull’attuale provinciale; una serie di concause, tra le quali la vicinanza dei due ponti, il fatto che il primo fosse costruito a secco, l’altro in muratura, fece sì che l’onda d’urto provocasse la distruzione del ponte storico, mentre l’altro rimase pressoché intatto.

 

 

Borgata S. Martino. Spicca la Chiesa omonima , ricostruita nel ‘600 (cartolina anno 1936)

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