La Guida Storica della valle Maira (volume primo)
PRAZZO
1028 - 2028: le comunità della valle Maira si avvicinano ai mille anni di storia
di Fortunato Bonelli

Il toponimo deriva dal latino “pratus/pratacea” e ricorda l’abbondanza dei prati che circondano gli abitati. Nella parlata locale è “Pras”, dopo l’italianizzazione fascista dei luoghi diventa Prazzo. Il comune è stato nei primi nove secoli della sua storia il più piccolo tra i dodici “superiormente al rivo Breissino” con una superficie di appena 10 km2 ed una popolazione che, fino a tutto il XVIII secolo, raggiunge a stento le 200 anime.

Il suo territorio altimetricamente si estende dai 900 metri s.l.m. di Pian della Ferriera ai 2374 metri di Rocca Corna.

Nell’ampio pianoro sono localizzati i due borghi di Prazzo Superiore (il Capoluogo – 1030 s.l.m.) e Prazzo Inferiore (1010 s.l.m.) che da sempre raccolgono la maggior parte della popolazione.

Salendo sulla sinistra orografica, al centro di terrazzamenti un tempo coltivati a segale, orzo e grano saraceno troviamo “ciabandu”, la piccola borgata ora abbandonata è stata abitata stabilmente da 3-4 nuclei famigliari fino ai primi anni del 900. Ancora più in alto, dopo i pascoli, troviamo i prati alpini (le ciarm) di Narbeng, falciati fin quasi a 2000 metri di quota.

Sulla destra orografica, a “l’ubac” dopo qualche prato inizia il bosco, prima di faggio poi misto e diviene infine un imponente foresta di abete bianco. Tale abetina si estende anche nei comuni limitrofi ed è considerata tra le più vaste e pregiate d’Italia. La preistoria e l’età pre-romana hanno lasciato pochissime tracce. È probabile che il paese sia già abitato fin dal V secolo a.C. da popolazioni celto-liguri. Questa affermazione è avvalorata da alcuni toponimi presenti sul territorio di origine celtica quali: “costobelo” da bell (crinale scosceso), “kucu” da kuc (cima arrotondata) e dai numerosi “arp e arpet” (prati di montagna) da cui derivano i detti ancora in uso di: “arpar” (monticare gli armenti) “desarpar” (discendere gli animali dagli alpeggi).

La dominazione romana a Prazzo non ha lasciato testimonianze significative. La prima traccia scritta risale al 1028 quando nel documento redatto per la fondazione del monastero di Caramagna vengono citati numerosi comuni della valle Maira tra i quali “Prada”; ed ancora qualche decennio dopo in un altro documento è denominato “Praz”. Nei sei secoli successivi il paese segue il destino degli altri comuni viciniori.

Nell’XI secolo la Valle fu possesso di Olderico Manfredi, poi di Bonifacio del Vasto, del quale il suo secondo genito Guglielmo ebbe in dote il nostro territorio e diede inizio al casato dei marchesi di Busca.

Dal 1209 la val Maira con il passaggio sotto Tommaso I di Saluzzo iniziò un periodo di prosperità e autonomia durato ben quattro secoli.

Con “gli statuti”, firmati il 5 novembre 1396, dai 12 comuni dell’Alta Valle, Tommaso III conferma le “buone usanze e consuetudini” delle quali godevano da tempo ed inoltre li autorizza ad organizzare e gestire autonomamente l’ordinamento politico, civile e giudiziario del loro territorio.

Con il trattato di Lione (1601) la Valle passa ai Savoia ed in pochi anni perde gran parte della sua autonomia e dei suoi privilegi.

Alla metà del secolo i liberi comuni vengono via via infeudati a notabili che non vi risiedono ma si limitano a riscuotere tasse e balzelli. Inizialmente Prazzo fu dato in feudo ad un gentiluomo ferrarese, tale Francesco Villa. Merita una menzione l’ultimo feudatario, il Conte Clerici di Mondovì che ha lasciato una traccia importante del suo buon governo erigendo, a Prazzo Superiore, un bel palazzo.

Palazzo Clerici è l’edificio storico di maggior pregio del paese. Si affaccia su una piazzetta con al centro una fontana ottagonale in pietra locale, la facciata principale è ornata da antichi fregi e sculture da un bifora che reca scolpite due figure umane sugli stipiti e da un bel portale in pietra affiancato da due archi, sormontati da un pilastro con alcuni animali ed un disco solare.

Fino alla metà dell’800 lo stabile ospitava la sede comunale (in alto sotto il tetto vi è ancora la campana che serviva per chiamare le adunate dei capifamiglia ed i consigli comunali); ed era pure sede della pretura, detta allora “giudicatura”.

Attualmente è adibito a casa di abitazione e nel tempo ha subito internamente importanti trasformazioni ma le pareti esterne sono ben conservate e mantengono tutto il suo fascino di monumento medievale.

Dalla metà del XVI secolo in Valle si diffuse “l’eresia calvinista”, il dominio francese di quel periodo favorì la sua rapida espansione; la cosiddetta religione riformata si diffuse maggiormente nei paesi in testata di Valle.

A Prazzo gli eretici costituivano circa un terzo della popolazione.

Dopo il trattato di Lione le truppe francesi tornarono Oltralpe e con il ritorno dei Savoia iniziò una violenta lotta all’eresia che venne debellata in pochi decenni anche grazie alla predicazione inquisitoria dei frati Cappuccini.

La grande peste del 1630 provocò oltre 20 milioni di morti in Europa, con ripercussioni tragiche per i nostri valligiani. Essa, fu particolarmente cruenta nei paesi siti lungo il fondovalle ove il morbo si diffuse maggiormente in seguito al transito degli eserciti francesi, in quel periodo in lotta con il duca di Savoia Emanuele I.

Anche in mancanza di notizie certe sul numero delle vittime, Prazzo subì pesantemente la calamità con una tangibile diminuzione della popolazione ed un arretramento economico sociale.

In quel periodo il paese attraversò il periodo più buio della sua storia.

Ancora nel secolo successivo il censimento del 1734 indica Prazzo, unitamente ad altri 6 comuni di valle, tra i paesi più poveri e con la maggiore emigrazione stagionale, dove il numero dei mendicanti superava la media.

Da una successiva relazione datata 1753 l’Intendente della Provincia di Cuneo attesta che gli abitanti del comune raggiungono a stento le 200 unità.

Il triste destino inizia a cambiare alle fine del ‘700 quando con i nuovi ideali della rivoluzione francese ed il successivo avvento al potere di Napoleone Bonaparte avviene una svolta che coinvolge anche le nostre terre.

Lo stato sabaudo crolla il 9 dicembre 1798 ed il Piemonte viene annesso alla Francia.

In quei pochi anni di dominazione straniera le pubbliche amministrazioni intraprendono un ammodernamento organizzativo ed adottano provvedimenti importanti per la popolazione quali: la vaccinazione antivaiolosa per i bambini e la scuola primaria obbligatoria in tutti i comuni (nel triennio si insegnava a leggere, a scrivere e a far di conto).

Anche l’agricoltura evolve rapidamente, intensificando le culture tradizionali, si intraprende la coltivazione di nuove piante tra le quali la patata con la quale, nei successivi decenni si potrà sfamare una popolazione in rapida crescita.

Oltre a beneficiare di questa nuova situazione, Prazzo saprà cogliere una nuova opportunità attraverso la quale il paese in pochi decenni raggiungerà una floridità economica fino ad allora insperata.

La già citata foresta fino ad allora era stata utilizzata quasi esclusivamente come uso civico di focatico per l’estrazione di legna da ardere che nei rigidi inverni prazzesi necessitava in grandi quantità. Così  venivano abbattute preferibilmente le piante di latifoglia mentre le conifere secolari rimanevano nel bosco inutilizzate.

Verso le fine del ‘700 iniziò una nuova forma di trasporto del legname utilizzando il torrente Maira che nelle piene primaverili diventò una vera via d’acqua con la cosiddetta “fluitazione” che permetteva il trasferimento a valle di ingenti quantità di tronchi. Questo fu la chiave di volta per il razionale sfruttamento del bosco e come disse bene il Casalis nel Suo “Dizionario (…) degli stati del re di Sardegna”: “Prazzo è rivestita per l’estensione di 1700 giornate da una vastissima selva di annosi abeti, larici e pini, molti dei quali giungono alla straordinaria altezza di 36 metri… I tagli regolari dei più grossi fusti e la facilità nel trasportarli facendoli venire a galla sulle acque del Maira, fino a Dronero, fanno sì che il comune ne abbia un abbondante ramo di ricchezza e sia perciò il più delizioso paese della Valle Maira”

Nel 1861 con la nascita dello Stato italiano, Prazzo diventa sede del mandamento che comprende anche i comuni di Acceglio, Canosio, Elva, Marmora, San Michele ed Ussolo e raccoglie le istanze di oltre 7000 abitanti. Questo nuovo organismo, preposto alla gestione della giustizia, prevede la sede della Pretura, la presenza di avvocati, della stazione dei Carabinieri e di due notai.

Le strutture che fino ad allora avevano ospitato la Pretura si rivelano insufficienti per far fronte ai nuovi impegni, i prazzesi consci dell’onore ma anche della responsabilità ricevuta, in pochi anni riusciranno a costruire un nuovo municipio ed un grande edificio “il Palais” capace di ospitare degnamente tutti gli apparati previsti.

Gli ultimi decenni del XIX secolo trascorsero a Prazzo senza particolari sussulti mentre la popolazione continuava lentamente a crescere arrivando a fine secolo a sfiorare i 400 abitanti.

 

 

Umberto I di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele II, è stato il secondo Re d’Italia. Sale al trono nel 1878, regna per ventidue anni durante un periodo di turbolenze in tutto lo Stivale ed anche per questo motivo subisce ben tre attentati da parte di anarchici con aspirazioni repubblicane.

Il primo attentato avviene nel primo anno del Regno, quando il 17 novembre in visita a Napoli viene assalito da Giovanni Passamento che al grido di “Viva la Repubblica” ferisce leggermente al braccio il sovrano; nel secondo, del 22 aprile 1897, Pietro Acciarito assalta invano la carrozza reale. Il terzo, datato 29 luglio 1900, gli fu fatale.

L’anarchico Gaetano Bresci armato di rivoltella riesce a colpire il monarca con tre colpi mentre a Monza sfila tra due ali di folla. La morte violenta del Re lo fa improvvisamente diventare un eroe nazionale, anche i suoi oppositori lo acclamano.

Dopo le esequie solenni, svoltesi a Roma il 9 agosto, la monarchia in quel momento impopolare coglie l’occasione per risalire nel gradimento della popolazione e organizza al feretro di Umberto I una vera e proprio tournee in terra italiana.

L’11 settembre è la volta della valle Maira. La bara è collocata sulla spianata di “Pralaghieiso”, sul bordo inferiore della nuova strada carrozzabile, davanti alla chiesa parrocchiale di Prazzo Inferiore. Nella cartolina si vedono i soldati (oltre un migliaio), che sfilano rendendo gli onori militari mentre la popolazione, accorsa in gran numero, si accalca in attesa di poter rendere l’estremo saluto alla salma del “loro” martire.

Oggi giorno senza questa puntuale documentazione fotografica parrebbe incredibile che allora anche la valle Maira ed i suoi montanari fossero degni di così tanta attenzione dallo Stato e dai suoi sovrani.

(cartolina 11 settembre 1900)

 

È arrivata da alcuni anni la carrozzabile cambiando gli equilibri dell’abitato.

I prazzesi iniziano a costruire nuovi caseggiati sul ciglio a monte della nuova strada. Il paese, che per secoli è stato arroccato appena più in alto, si espande e si ammoderna con dimore più confortevoli, tutte con tre piani fuori terra, pareti esterne tinteggiate e da sud lunghe balconate. Nella parte bassa la solitaria chiesa di San Giacomo domina la scena con l’imponente campanile caratterizzato dall’aguzzo tettuccio a cuspide.

In lontananza si intravede Prazzo Inferiore, nel piccolo borgo, alle spalle della chiesa parrocchiale, la canonica pare in fase di ampliamento. L’ambiente circostante è quasi privo di vegetazione arborea; i terreni coltivi sono gestiti con cura, i prati falciati si alternano ai seminativi fino in alto sul pendio senza soluzione di continuità.

Il censimento del 1911 registra la presenza di 402 residenti e ci dice che nell’arco di un secolo la popolazione è raddoppiata raggiungendo la sua massima espansione. Anche questo dato testimonia il progresso del paese che nei primi decenni del secolo raggiunge il momento più florido della sua storia e si sta consolidando quale centro nevralgico dell’Alta Valle, non solo in campo amministrativo ma anche logistico-commerciale, oltre all’Albergo “Scudo di Francia” in quel tempo erano attive alcune panetterie, una “gabelo” per i monopoli di stato e tre trattorie a Prazzo Superiore.

(cartolina anno 1903)

 

In realtà la quota è di 1010 m.s.l.

Osservando la cartolina e confrontandola con la bella stampa del 1888 si può notare che il paese nei decenni intercorsi è sempre lo stesso, si è aggiunto soltanto, sulla destra del “Palais”, il grande fabbricato che ospita la nuova sede dell’Albergo Scudo di Francia inaugurato nel 1906.

L’abitato, lambito a valle dal torrente Maira, è ancora circondato da fertili prati irrigui. La costruzione della Caserma “Carlo Pisacane” cambierà il volto della borgata quadruplicandone in pochi anni le sue dimensioni.

La realizzazione dei dodici grandi edifici militari (i lavori si protrarranno per cinque anni, dal 1932 al 1937), comporterà la sottrazione di circa 2 ettari di superficie coltivata provocando un grave danno all’agricoltura del paese.

La presenza per anni delle maestranze addette alla loro costruzione, ed in seguito l’acquartieramento per oltre mezzo secolo, di una consistente guarnigione militare compenserà ampliamente nel tempo la perdita economica subìta dando nuove opportunità di lavoro ben remunerato a molti paesani.

In alto a sinistra, sotto le cime rupestri, s’intravede il piccolo insediamento di Ciabandu ormai utilizzato soltanto nel periodo estivo-autunnale. Più a destra, sul ripido pendio, fin oltre la borgata Bescodone (già sita nel territorio di San Michele), si vedono numerosi campi seminati.

Un grande contributo all’economia del paese lo diede la costruzione degli impianti idroelettrici sul Maira. In soli cinque anni furono terminate le condotte e le centrali di Acceglio (nel 1914) e di Ponte Marmora (nel 1915); in quel quinquennio di febbrile lavoro la popolazione tutta ne giovò ampiamente, molti lavorarono nel cantieri, altri offrirono ospitalità a maestranze venute da fuori. Con l’entrata in produzione furono assunte decine di operai gran parte dei quali della Valle Maira.

La Prima Guerra Mondiale anche a Prazzo fu un evento tragico, i cinque morti per cause di guerra comportarono un pesante sacrificio per la piccola comunità.

(cartolina anno 1913)

 

Il miglioramento della viabilità porto all’intensificazione degli scambi con la pianura e le tradizionali fiere site nei paesi lungo l’asse della valle crebbero d’importanza.

A Prazzo le fiere si svolgevano sulla piazza del borgo inferiore, il calendario ne prevedeva ben quattro:

il 25 marzo (la fiera dell’Annunziata detta “dei pastorelli”); il 12 aprile, il 30 maggio ed il 21 settembre.

Sulla stessa piazza, tutte le domeniche nella bella stagione, si svolgeva il mercato dei vitelli grassi provenienti da tutti i paesi vicini.

La fotografia ci fornisce solo uno scorcio del 30 maggio, l’ultima fiera di primavera.

Alle prime ore del mattino i commercianti salivano la valle ed appena giunti sulla piazza, allestivano piccole bancarelle stracolme di mercanzie. A questo appuntamento accorrevano centinaia di valligiani che portando a vendere i prodotti delle loro aziende (burro, tome e formaggi, polli, conigli e uova) con il ricavato potevano rifornirsi del necessario per affrontare i lavori estivi.

Si acquistavano principalmente falci e falcetti, utensili vari, sementi, calzature ed indumenti. Anche i bambini partecipavano entusiasti alle fiere, per loro erano momenti di grande festa; talvolta ricevevano qualche regalo dai genitori (uno zufolo, un coltellino e qualche raro giocattolo).

(foto archivio Fortunato Bonelli)

 

L’imponente edificio, sito sulla piazza di Prazzo inferiore, può essere considerato il più bel manufatto ottocentesco che si incontra risalendo la Valle.

La costruzione a base rettangolare, sorretta da una solita struttura portante, comprende un piano interrato e tre piani fuori terra. Al piano terreno è caratterizzata a sud da un grande porticato con sette arcate e sei pilastri. Negli ampi locali erano alloggiati la Pretura e la Residenza del Pretore, la Caserma dei Carabinieri e l’Alloggio del suo Comandante, un Ufficiale di Pretura, le Prigioni Mandamentali e locali destinati ad avvocati e notai.

Risulta particolarmente interessante la storia della sua edificazione.

Nel 1870 il Consiglio comunale approva il progetto del “Palais”, l’anno successivo viene martellato il grande lotto di legname che prevede l’abbattimento di 30 mila piante la cui vendita copre l’intero importo della nuova costruzione pari a 39.332 Lire dell’epoca. Nel 1873 viene appaltato il lavoro; l’edificio è terminato nel settembre del 1875.

La Pretura resterà operativa ancora per oltre mezzo secolo fino all’avvento del fascismo che la sopprimerà definitivamente. L’immane sforzo del piccolo paese per la costruzione del “Palais” per un lungo arco di tempo comporterà grandi sacrifici a tutti. Nei decenni successivi dalla grande selva quasi denudata si potranno estrarre quantità limitate di legname con conseguenze economiche negative per l’ente comunale e scarsità di lavoro per i suoi abitanti.

I prazzesi finanziando da soli l’opera tornarono ad essere più poveri sacrificando il proprio benessere per il bene comune dell’intera popolazione della valle Maira.

(cartolina anno 1937)

 

In realtà l’Albergo è lo “Scudo di Francia” fondato nel lontano 1814 dai Casale provenienti da Chialvetta di Acceglio e da allora sarà gestito per oltre 150 anni sempre dalla stessa famiglia.

Curiosamente in questo lungo periodo il suo nome cambierà spesso seguendo gli eventi della storia. A fine 800 diventerà lo “Scudo Sabaudo” durante il fascismo si chiamerà “Scudo di Ferro” per poi tornare al suo nome originario nel secondo dopoguerra.

L’edificio qui riportato nella fotografia è il nuovo albergo costruito sempre a Prazzo Inferiore a monte della nuova strada carrozzabile. Questa struttura allora unica in valle per qualità e dimensioni ha registrato tra i suoi clienti abituali la presenza delle maggiori autorità del periodo, tra i quali spicca la figura dello statista Giovanni Giolitti che la scelse come sede di villeggiatura estiva e punto di contatto con i suoi “devoti” elettori.

Analizzando i personaggi presenti nella fotografia si comprende che il momento è importante; tutti sono vestiti a festa.

Il primo da sinistra, con il berretto è Antonio Casale, classe 1888 (nipote del fondatore). Al centro, in primo piano, l’anziana madre, Risso Margherita, alla sinistra della quale le sue nipoti Irene e Lucia.

La coppia sulla destra vestita elegantemente è appena arrivata, la signora è Elisabetta Ferreri, venuta a far visita a nonna Margherita, a zio Antonio e alle cugine. L’accompagna suo marito, il giudice Enrico Bafile.

(foto archivio Fortunato Bonelli)

 

Questo scorcio del capoluogo con al centro il palazzo comunale ci illustra un piccolo spaccato della vita nel paese in quel periodo. Sulla sinistra si intravede un fabbricato in costruzione con le impalcature ed i muratori intenti a rifinire la facciata principale; si tratta della nuova casa dei fratelli Colombo. Sulla strada carrozzabile con il fondo ancora in ghiaia e pietrisco (l’asfalto arriverà solo negli anni ‘60) rientra lentamente verso casa la signora Maria Signorile con la sua fidata asinella.

Provengono certamente dalla selva dove hanno raccolto legna da ardere. Occorreranno numerose tornate per ottenere una scorta sufficiente ad affrontare il freddo del prossimo inverno. L’amministrazione ha già provveduto in merito. Davanti al municipio giacciono 300 quintali di buon faggio accatastato a dovere per l’essicazione.

Ad inizio autunno il legname verrà tagliato, spaccato e rimesso negli scantinati, pronto per riscaldare tutti i locali dello stabile che comprende gli uffici, l’alloggiamento dei due impiegati e due classi di scuola Elementare. Sulla parete frontale a sinistra compare una grande e doverosa lapide che ricorda i caduti della Grande Guerra, sulla destra la dittatura ha voluta erigerne un’altra che inneggia alla sua ostentata vana gloria: sarà rimossa a guerra appena conclusa.

La stessa sorte toccherà alla fontana con vasca monolitica e cilindro centrale a forma di fascio littorio collocata al centro della piazzetta.

Il pregevole edificio, dalle linee equilibrate e possenti, ha comportato per il paese un impegno protratto per ben cinque lustri. La volontà di realizzarlo è già citato in una delibera comunale del 1849. Si è dovuto attendere la nascita dello Stato Italiano per dare avvio alle operazioni pratiche.

Nel 1869 è stato acquistato il terreno necessario, unitamente ad uno stabile che gravava sullo stesso; il tutto per 2.420 Lire da tale Giovanni Matteo Olivero. Nel 1873 fu approvato il progetto e conferito l’incarico per erigerlo alla ditta Alessandro Allemandi di San Michele.

I lavori furono ultimati nel settembre del 1875 con una spesa complessiva di 7.480,55 Lire dell’epoca; entro la fine dello stesso anno si realizzò il trasferimento dell’ufficio e dell’archivio comunale fino ad allora funzionanti nel Palazzo Clerici.

(cartolina anno 1938)

 

Con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 anche a Prazzo ebbe inizio un periodo buio. In paese il primo atto che fece presagire la nascita di una dittatura avvenne il 2 giugno 1926 con l’insediamento del podestà. Il 17 aprile 1928, con decreto, vennero accorpati con Prazzo i comuni limitrofi di San Michele ed Ussolo.

Don Pietro Garnero nel suo diario scrisse: “Il paese non fu interpellato, altrimenti si sarebbe dichiarato contro l’Unione, perché ha un patrimonio pingue, libero da tasse, un bilancio floridissimo”. Con l’inaugurazione delle nuove caserme la nutrita guarnigione di soldati riceverà spesso visite di alti funzionari del regime fascista, del Principe Umberto di Savoia e dello stesso Duce.                                                                                                       Nonostante i pressanti inviti rivolti alla popolazione i prazzesi non si lasciarono coinvolgere, osteggiando la dittatura per tutto il “ventennio”. Le ostilità della Seconda guerra mondiale iniziarono proprio sulle nostre montagne con l’aggressione alla Francia; per fortuna il conflitto durò pochi giorni. Le successive campagne di Albania e di Russia comportarono al paese altre cinque vittime tra morti e dispersi. L’armistizio dell’8 settembre 1943 ed il conseguente “sbandamento” dei militari di stanza nella Caserma Pisacane portarono turbolenza, smarrimento ed anche un breve periodo di benessere. Presto il ritorno delle truppe nazi-fasciste di occupazione fece passare l’ottimismo. Dopo aver subito per 10 mesi angherie e soprusi, il paese decise di ribellarsi ed armò i suoi giovani, i quali nel giugno del 1944 costituirono una formazione partigiana inserita nella 104^ Brigata Fissore e appartenente alla XXI Divisione Garibaldi. Nell’ultimo periodo della guerra di liberazione, la trentina di partigiani scrisse pagine indelebili per la storia del paese. Affrontando con coraggio e a viso aperto il nemico nella Battaglia di “Pont d’la Ceino” del 28 agosto 1944 riuscirono ad intimorire gli invasati che cessarono le rappresaglie contro la popolazione inerme.

(foto archivio Fortunato Bonelli, anno 1939)

 

Concluse le ostilità con la Liberazione ed il ripristino della democrazia, i prazzesi riprendono con entusiasmo la vita operosa del periodo pre-bellico. D’altronde il paese non aveva subito grandi danni dal conflitto ed il numero degli abitanti era rimasto quasi invariato. Nei decenni anteriori c’era stata una limitata emigrazione, in particolare verso la Francia, ma questo fattore negativo era stato in gran parte compensato dall’arrivo di nuove famiglie attratte da allettanti opportunità di lavoro. Ben presto si riformano squadre di boscaioli che riprendono il taglio e l’esbosco dalla “selva”. Per di più, nel 1947, con la costruzione di una nuova segheria si iniziò la lavorazione in loco di gran parte del legname ricavato dall’abetina. Questa nuova situazione diede nuovo impulso all’economia locale occupando stabilmente una ventina di persone nella trasformazione e stagionalmente un’altra trentina nel bosco.

(foto archivio Fortunato Bonelli, anno 1947)

 

Dopo cinquant’anni dalla precedente panoramica il paese è quasi immutato. Alcuni elementi di novità sono localizzati lungo la strada principale (allora S.S.22) dove il capoluogo si è arricchito di nuovi fabbricati. Casa Allemandi e la nuova panetteria Perino sul lato a monte, mentre a valle sono stati realizzati l’Albergo Impero e casa Cesano che presto diventerà sede dell’omonima macelleria. Nel mezzo secolo trascorso l’ambiente è stato conservato con diligenza, i prati falciati a dovere e i campi continuano a produrre messi rigogliose nei pressi dell’abitato come pure lungo il costone che in alto arriva a lambire il grande lariceto della Zucchiera. I quattro fili dell’elettrodotto per il trasporto della preziosa energia nelle grandi città, stagliandosi contro il cielo, stanno a testimoniare che la valle Maira ed i suoi virtuosi abitanti partecipano a pieno titolo allo sviluppo industriale del dopoguerra.

Questa bella favola durerà appena un decennio! Già a partire dalla seconda metà degli anni ‘50, una serie di elementi sfavorevoli segneranno profondamente il destino del paese.

(foto archivio Fortunato Bonelli, anno 1953)

 

Sulle Alpi Occidentali nell’inverno precedente erano scese copiose nevicate, per di più con una fredda primavera e a fine maggio alle quote più elevate l’accumulo nevoso era ancora consistente. Ai primi di giugno una pioggia incessante imperversò nella valle per otto giorni. L’improvviso innalzamento delle temperature favorì il rapido scioglimento della neve e questo fattore aggravò ulteriormente la calamità. Il torrente Maira ingrossato all’inverosimile provocò un’alluvione dalle dimensioni mai così devastanti. Come ricorda nel suo diario Don Garnero: “Il 13 giugno la catastrofe del 1948, ma purtroppo in modo più disastroso”, il 14 “distrutto il lavatoio e la stalla di Simone Cesano (oggi diluvia;  distrutti i ponti sul Maira)”. Il 15 “il danno più grande l’ebbero i tre fratelli Bonelli di Giacomo, erano riusciti ad impiantare una segheria superiore a tutte quelle della provincia di Cuneo, ieri notte e stamattina fu invasa e ridotta ad un’isola, tutto distrutto”. Nell’autunno successivo gran parte della famiglia Bonelli, seguita da alcuni operai si trasferì a Fossano dove aprì una nuova segheria. In quel periodo iniziò pure l’esodo verso le grandi città piemontesi. I montanari a flotte abbandonarono le loro terre, attratti dalla grande industria che, a quei tempi, sapeva offrire loro una vita più agevole, un posto sicuro ed un buon salario.

Negli anni ‘60 la meta era Torino e la Fiat, nel decennio successivo la direzione dei migranti di Prazzo sarà verso la Michelin di Cuneo.

Negli anni ‘80 l’automazione delle centrali idroelettriche comportò una drastica riduzione del personale; sempre nello stesso periodo vennero soppresse le locali stazioni dei Carabinieri e del Corpo Forestale.                                                                                                                            Questi fattori sommandosi provocarono una consistente riduzione della popolazione residente.

Negli anni ‘90 la soppressione della leva obbligatoria provocò un drastico ridimensionamento dell’Esercito Italiano, con conseguente chiusura della Caserma Carlo “Pisacane” che per oltre mezzo secolo aveva dato un forte impulso economico al Paese, chiusura che fece collassare le numerose aziende turistico ricettive. Negli anni successivi chiusero i battenti gran parte degli esercizi commerciali del paese.

Con questa serie di contingenze negative si chiude il millennio e si interrompe questo racconto con la speranza che nel prossimo si possa ancora parlare di quel piccolo paese che con alterne fortune, per quasi dieci secoli, ha saputo scrivere pagine significative nella storia della valle Maira.

Prazzo (inteso come ex comune di Prazzo) attualmente ha una popolazione di 77 abitanti, dei quali 51 risiedono stabilmente nel paese.

(foto archivio Fortunato Bonelli, anno 1957)

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