La Guida Storica della valle Maira (volume primo)
MACRA
1028 - 2028: le comunità della valle Maira si avvicinano ai mille anni di storia
di Simone Demaria

Il comune di Macra è dal punto di vista amministrativo abbastanza recente, essendo stato creato nel 1928, in pieno fascismo, dall’unione dei due precedenti comuni di Alma e Albaretto (entrambi municipi autonomi fin dal 1602).

Il termine Alma (almam) compare per la prima volta in documenti storici del 1155, quando il signore di Montemale, Enrico (Auricius de Montemalo), fece una donazione ai canonici di Oulx destinata all’Abbazia di Staffarda: “Apud almam decima bleudi et vini et carnis et V denarios (…)”.

“Si vede quindi – scrive il Manuel di S. Giovanni – che le terre di questa valle, le quali erano soggette al pagamento di quei canoni o prestazioni verso il suddetto Aurico di Montemale, erano quelle di Alma, Caldano e Morinesio (…). Quanto alle suddette prestazioni, basterammi osservare che esse consistevano in biade e carne, (…) non che in alcun poco di vino dalla terra di Alma” dove “già coltiva vasi allora la vite (…)”.

In seguito, sia Alma che Albaretto seguirono le vicende di tutti i 12 comuni autonomi dell’alta valle Maira che grazie ai loro Statuti furono tenuti in gran considerazione dai Marchesi di Saluzzo, almeno sino al passaggio sotto i Savoia (1601, Trattato di Lione).

Dal punto di vista toponomastico, cioè del significato e origine del nome, Alma deriverebbe secondo studi anche recenti da “balma”, considerata come un riparo naturale specialmente sotto le rocce.

Albaretto invece, già denominato “Alboretum Cuneesium” vale a dire “territorio alberato”, potrebbe riferirsi ad un pascolo montano, ad un’altura. Macra infine, farebbe riferimento ad un termine degli antichi Liguri: macrae ovvero sorgenti. In volgare poi con Maira verrà designato sia il torrente che l’intera valle.

Sembra dunque meno probabile l’idea che Maira derivasse dalla povertà del territorio (magrana, anno 1028).

Come le altre comunità poste al di sopra della borgata oggi detta Reboissino (vallis mayranae a Ripo Breixino supra), anche Alma e Albaretto beneficiarono dell’autonomia garantita loro dagli Statuti a partire fin dal 1254 e rinnovati per secoli dai Marchesi di Saluzzo ( il 5 novembre 1396 gli Statuti dell’alta Valle Maira verranno unificati per la prima volta).

Non pochi dolori comportarono invece alla popolazione, a partire dal ‘500, le lotte fra cattolici e protestanti che videro il passaggio sul territorio di Alma di numerose truppe sia francesi che dei Savoia.

Alma, nel 1752, stando alla relazione del Conte di Brandizzo (vedasi bibliografia), conta “tra grandi e piccoli 450 Anime” (…) “Era un luogo pieno di dissidi, e di turbolenze…”. In campo agricolo, a titolo di curiosità, riferiamo delle 16 giornate a vigna, di cui rimangono tuttora i terrazzamenti sulla costa soleggiata, ma il Brandizzo annota che “il vino è anche cattivo”. Per il resto troviamo, a metà Settecento, soprattutto campi di segale e marsaschi (legumi seminati a Primavera), prati pascolivi e bosco per legna da ardere.

“Vi saranno nel luogo 70. circa bestie bovine (…) 140 circa bestie tra lanute e caprine”. “In questa terra non v’è commercio alcuno, i Particolari son poveri, e nell’Inverno la maggior parte esce dal paese, gli Uomini van lavorando nel Piemonte, e le donne van domandando la limosina (la carità ndr). Vi sono quattro Molini, uno de’quali spetta come abbiamo detto al Signore del Feudo (…) Si travagliano anche in questo luogo di quelle tele chiamate Dronere (sic), ve ne saranno dieci o dodici Tellari (…) purché non sia la canapa cara”.

Proprio la produzione dei tessuti di canapa infatti, rappresentava durante la stagione invernale un introito non da poco per tutta la famiglia. Alma festeggiava e festeggia ogni 26 aprile San Marcellino, un papa dei primi secoli che pontificò tra il 296 e il 304 all’epoca della persecuzione di Diocleziano.

Albaretto, sempre secondo il Brandizzo, a metà XVIII secolo non se la passa certo meglio di Alma. Se infatti l’agricoltura si basa sulle stesse varietà di prodotti (segale e legumi) più pascoli e faggete, “(…) per mancanza di acqua non vi son nemmeno dei Molini (…) All’inverno coloro che non espatriano per guadagnarsi il vitto (…)” producono tessuti in canapa. Anche ad Albaretto gli abitanti sono all’incirca 450 ma soltanto 50 i bovini e non più di 100 tra pecore e capre.

A distanza di neppure un secolo, stando al Dizionario storico-statistico pubblicato dal Casalis nel 1833 (vedasi bibliografia), Alma e Albaretto conservano più o meno lo stesso numero di abitanti. Riferendosi ad Alma il Casalis scrive che “(…) vi si mantiene poco bestiame, il selvaggiume vi è scarso”, mentre ad Albaretto “ (…) Gli abitatori sono di membra robuste e molto inclinati all’agricoltura, quantunque, per la scarsità del bestiame, e per l’ertezza dei siti, non possano valersi dell’aratro…”.

Nel 1861, anno dell’unità d’Italia, Alma registra 485 residenti, Albaretto 519 e i numeri si manterranno costanti almeno fino al primo gennaio 1928 anno della fusione nell’unico comune di Macra.

Lo spopolamento del comune si pone tra il censimento del 1951 (Macra conta 582 residenti) e quello del 1971, quando sono rimasti, all’anagrafe, in 155. La pianura ha vinto la sua battaglia contro la montagna!

Al primo gennaio 2017 Macra contava all’anagrafe 57 residenti che in inverno scendono a poche unità.

 

 

Bibliografia minima

“Memorie storiche di Dronero e della valle di Maira” del barone Giuseppe Manuel di San Giovanni; “Relazione Storico, Statistica, Giuridica, Economica, Religiosa” di Nicolis Bonventura Ignazio conte di Brandizzo (Cuneo, 1752); “Dizionario geografico – storico – statistico – commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna” di Goffredo Casalis (Torino, 1833).

 

Il territorio di Macra (Alma) presenta due gioielli dell’architettura religiosa tra i più importanti di tutta la valle Maira.

La chiesa di San Salvatore, posta sul lato sinistro della strada provinciale 22 risalendo la valle poco prima dell’abitato, è tra le più antiche del territorio essendo stata fondata nella prima metà del XII secolo dai canonici di Oulx. Nel 1386 gli archivi ci dicono come fosse alle dipendenze della pieve di Caraglio, mentre pagava il cattedratico alla chiesa di Torino. All’interno troviamo affreschi databili al XIII secolo.

Di straordinaria bellezza anche la Cappella di San Pietro disposta sul sentiero dei Ciclamini, antica mulattiera che conduce a Camoglieres (borgata con affreschi del Boneto), un tempo tra vigne e campi coltivati. All’interno della cappella è conservato un quattrocentesco affresco raffigurante una rarissima “Danza Macabra”. Si tratta di una raffigurazione di origine francese assai rara, tanto che nel territorio dell’antico Marchesato di Saluzzo ve n’è una sola nella chiesa di San Martino di Saluzzo. La morte, rappresentata da scheletri, “danza” con i vivi di ogni categoria sociale.

Alma, alla fine della Prima Guerra Mondiale (1915-1918 per l’Italia), fa registrare il triste primato del Comune in provincia di Cuneo con la più alta percentuale di caduti sulla popolazione: 5,05% rispetto alla media provinciale dell’1,82%!

Il municipio di Macra infine, nel periodo della Resistenza, esattamente nell’estate del 1944, fu sede della “Repubblica Partigiana” che per alcune settimane rese libero da tedeschi e fascisti l’intero territorio dell’alta valle. (foto archivio Luigi Massimo)

 

 

Albaretto, a destra sulla provinciale che conduce a Celle Macra, è riconosciuta in valle Maira come la patria dei “bottai”, i costruttori di botti e tini sia per le acciughe che per il vino. In borgata Serremorello è possibile visitare un piccolo museo. Nel 1935 in tutto il territorio comunale i bottai erano ancora 12.

Da non perdere l’antica parrocchiale di Maria Assunta tra le borgate Serremorello e Chiatignano all’interno della quale potrebbero venire alla luce affreschi di immenso valore artistico. Nell’antico cimitero vi è una meridiana datata 1722 che indicava l’ora contata a partire dal tramonto del sole.

Fino a non moltissimi anni fa nella parrocchiale, al termine della messa, venivano recitati i sei Pater alla Regina Giovanna d’Angiò (la Reino Jano) secondo un’antica tradizione.

La mancanza d’acqua in loco, perché scende tutta a valle, nel patois locale ha lasciato un simpatico adagio: “Chie de l’Albarè beichen l’aigo ma patisen la sé” (Quelli di Albaretto guardano l’acqua ma patiscono la sete).

Si notino infine, sulla cartolina i numerosi campi coltivati a cereali. Un lontano ricordo!

(cartolina anno 1913)

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