La Guida Storica della valle Maira (volume primo)
ELVA
1028 - 2028: le comunità della valle Maira si avvicinano ai mille anni di storia
di Enrica Fontana e Franco Baudino

Origine del nome e collocazione geografica

Come nel caso di molti toponimi di montagna, Elva è un nome collettivo che comprende circa una trentina di borgate, dislocate su un territorio di circa 27 km quadrati adagiato ai piedi del Pelvo d’Elva (che separa la valle Maira dalla Varaita), del Chersogno e della Marchisa, che separano Elva dai territori di Ussolo e Prazzo.

La borgata principale è denominata Serre ed è sede dell’edificio comunale e della parrocchia, intitolata a Maria Vergine Assunta. La parrocchia, le cui prime notizie risalgono alla metà del XIV secolo, conserva un ciclo di affreschi raffiguranti la vita della Vergine Maria e di Cristo e la sua crocifissione. Gli affreschi, riconducibili al pittore fiammingo Hans Clemer (conosciuto come Maestro d’Elva) vengono considerati tra le opere migliori del Maestro e tra le testimonianze più importanti dell’arte piemontese tra XV e XVI secolo.

Esistono diverse ipotesi circa l’origine del nome “Elva”, alcune storicamente accettate, altre meno.

La prima ipotesi, di tipo naturalistico, fa derivare il nome Elva dal pino cembro, chiamato, nella parlata locale, Elvo. Sembra infatti che nell’antichità il territorio ne fosse ricoperto.

La seconda ipotesi collega il toponimo al torrente affluente del Cervo chiamato, appunto, Elvo.

La terza ipotesi collega il nome Elva ai Galli Helvi, stanziati sulle Prealpi di Provenza e in alcune parti del Piemonte in epoca preromana.

La quarta ipotesi, storicamente più accreditata, fa risalire il nome Elva all’antico nome della gens romana Ebuzia (Aebutia). Si trattava di una gens il cui ramo patrizio adottò il cognomen Helva.

L’origine dell’insediamento ha connotati quasi leggendari: un’ipotesi vuole Elva fondata da quattro legionari romani rimasti lì dopo la sottomissione delle popolazioni locali e l’imposizione della Pax Augustea, una seconda attribuisce la fondazione a legionari romani rimasti sul posto una volta ottenuto il congedo dall’esercito, una terza, infine, ne attribuisce la fondazione a quattro briganti in fuga che avevano trovato rifugio nella zona.

L’isolamento e la difficoltà di raggiungimento sono stati tratti distintivi di Elva e il problema dell’isolamento rimase pressoché immutato per secoli, nonostante, ad esempio, i miglioramenti fatti apportare nel 1744 da Carlo Emanuele di Savoia alla strada oggi detta «dei cannoni». Ancora fino alla prima metà del XIX secolo, quando Casalis redige il suo Dizionario storico – geografico, esistevano quattro vie principali che la collegavano con i comuni vicini. Due consentivano ad Elva di comunicare con la valle Maira, altre due con la valle Varaita. Delle prime, una scendeva a Stroppo superando i colli di San Giovanni e Bettone, la seconda invece, attraverso il colle di San Michele, giungeva alla borgata omonima (un tempo comune) e a Prazzo. Per la valle Varaita, invece, Elva era collegata a Sampeyre tramite la strada passante per l’omonimo colle e a Bellino e all’alta valle tramite la via passante per il colle della Bicocca. Questi percorsi altro non erano che mulattiere e sentieri ed erano lunghi, difficili e faticosi da percorrere: Casalis afferma che «nella bella stagione si contano ordinariamente tre ore e mezzo per andare da Elva al capo di mandamento [Prazzo], ed ore sette per discendere alla città di Dronero.»[1]

Le difficoltà perdurarono ancora nonostante la carrareccia che percorreva il crinale tra le valli Maira e Varaita e che, cominciata nel 1883, divenne carrozzabile tra gli anni ’30 e ’40 del XX secolo, fondendosi con ciò che rimaneva della strada settecentesca.

Per un collegamento diretto con la strada della valle Maira e per un netto miglioramento delle vie di comunicazione bisognerà aspettare la seconda metà del XX secolo.

All’isolamento geografico, nel caso di Elva, non corrispose però un atteggiamento di chiusura al mondo, anzi fu esattamente il contrario e prova ne furono i mestieri itineranti svolti dagli uomini della comunità: arrotini, «pettinatori» di canapa e i famosi «caviè». L’isolamento e le difficili condizioni di vita soprattutto nella stagione invernale, costrinsero gli abitanti di Elva ad ingegnarsi e a svolgere professioni e mestieri «alternativi» che li portavano a espatriare proprio durante l’inverno per tornare poi in vista dell’estate.

 

 

Cenni storici

Abitato già in epoca preromana, il territorio di Elva conobbe la dominazione romana, testimoniata da alcuni reperti rinvenuti nel corso dei secoli. Il più famoso è l’arula in marmo bianco ritrovata, probabilmente, nei pressi della chiesa parrocchiale e ora murata nella facciata, accanto all’arco di ingresso. L’arula è dedicata alla Vittoria Augusta da un personaggio di nome Vibius Cestius e viene fatta risalire, per le sue caratteristiche, al I secolo d. C. La dea Vittoria fu una divinità particolarmente venerata in ambito alpino dove divenne la personificazione romana di due antiche divinità celtiche.

Ulteriore conferma della presenza romana su questo territorio arriva dal ritrovamento di resti umani e monete romane nel corso del XIX secolo[2].

Nei documenti relativi alla valle Maira, il nome Elva compare una prima volta in un atto del 27 luglio 1254 e una seconda volta dieci anni più tardi, il 20 febbraio 1264. Entrambi gli atti riguardano il riconoscimento e la conferma agli uomini della valle superiore di Maira delle buone usanze e consuetudini di cui già godevano sotto i marchesi di Busca Guglielmo ed Enrico. In epoca medievale i comuni di Acceglio, Prazzo, Ussolo, San Michele, Elva, Stroppo, Marmora, Canosio, Celle, Alma, Lottulo e Paglieres si costituirono in una confederazione che confinava con il resto della valle in corrispondenza del rio Breissino, che scorre a valle di Lottulo. Questa confederazione assunse un’identità territoriale e amministrativa ben definita, godendo di ampia autonomia e arrivando a tutelare i propri diritti davanti al marchese e proteggendosi dalle ingerenze esterne, mentre il resto della valle Maira continuò ad essere legata a Dronero. Secondo gli atti precedentemente citati le comunità dell’alta valle deputavano, in occasione dell’elezione del podestà, cinque uomini, come Dronero, San Damiano e Pagliero. I consoli locali amministravano la giustizia, tranne i reati di omicidio, incendio, furto e guasto, la cui amministrazione spettava al podestà e le comunità erano esenti dal pagamento del pedaggio e delle tasse sul pascolo in tutto il Marchesato.

A questi diritti se ne aggiunse uno ulteriore: il marchese di Saluzzo Manfredo IV, con la convenzione del 7 ottobre 1300, assicurò a queste comunità che la carica di chiavaro non potesse essere ricoperta da abitanti di Dronero o di altri paesi compresi entro i confini con Busca e Caraglio e sotto il rio Breissino.

Riconoscimento massimo di questa autonomia fu l’atto del 21 novembre 1475: il marchese Ludovico II (appena succeduto al padre Ludovico I) ricevette l’omaggio e il giuramento di fedeltà dagli ambasciatori delle comunità dell’alta valle (Elva inviò Isacco Bruna e Giacomo Viglielmo) e in quell’occasione confermò loro gli statuti, le libertà, le franchigie, i privilegi e le consuetudini già confermate dai suoi predecessori. Lo stesso giorno, con decreto speciale, abolendo una norma che creava difficoltà ai traffici e ai commerci, definì gli uomini di questo territorio come «abhorrentes servitium… et amantes libertatem instinctu naturali», ossia come uomini che «rifuggono dalla schiavitù e sono amanti della libertà per istinto naturale.»

Dagli anni venti del XVI secolo agli anni quaranta del XVII le terre del Marchesato di Saluzzo furono percorse, in misura diversa, dai fermenti portati dalla riforma protestante. In valle Maira le idee della dottrina riformata trovarono terreno fertile e si radicarono profondamente, soprattutto tra i membri delle classi dirigenti. A Elva la memoria della dottrina e della presenza calvinista è conservata dalla cappella dei santi Claudio e Chiaffredo, a Grange Laurenti. Costruita dai calvinisti che fuggivano dal Delfinato e che qui si erano rifugiati, venne poi convertita in cappella cristiana e, successivamente, destinata a conservare una campana dalla storia particolare, a partire dalla scritta riportata su di essa: «Les abitans de la Religion Reformée de la Chalp de Sancte Agite mont fait faire à Montpellier – 1644». La versione storicamente più accreditata ritiene che la campana sia stata venduta dai cattolici che avevano distrutto il tempio protestante di La Chalp di Arvieux nel 1684. In seguito alla vendita la campana arrivò in valle Maira dove da anni non esisteva più una comunità di riformati, finì con il servire una cappella cattolica e venir suonata per «cacciare» le tempeste. Ritrovata negli anni ’70 del XX secolo, negli ultimi anni la campana ha segnato gli incontri tra i cattolici della val Maira e i valdesi delle diverse valli avvenuti nel 1998 e nel 2016.

Il XVII secolo si aprì con il trattato di Lione che consegnò tutte le terre del Marchesato di Saluzzo, quindi anche la valle Maira, al casato sabaudo. Unica delle terre della valle a non essere stata ancora concessa in feudo, Elva venne infeudata al dottore in leggi Antonio Alinei con patenti del 15 settembre 1610.

L’isolamento e le difficoltà di raggiungimento non misero al riparo Elva dalla peste, che colpì il territorio tra il 1629 e il 1633.

Negli anni quaranta del XVIII secolo il territorio elvese venne coinvolto nella guerra di successione austriaca, conflitto che coinvolgeva Francia, Spagna e Austria e i rispettivi alleati, tra i quali il re di Sardegna Carlo Emanuele III, alleato dell’Austria. Tra gli anni 1743 e 1744 il sovrano fece costruire una serie di opere fortificate secondarie al colle della Bicocca e opere di difesa sul colle di Elva, ma soprattutto fece migliorare la strada che da Rossana, percorrendo il crinale tra le valli Maira e Varaita, raggiungeva il colle di Sampeyre. La strada oggi è conosciuta come «strada dei cannoni». Le opere, tuttavia, non servirono ad evitare che Elva venisse occupata dalle truppe gallispane: gli elvesi furono costretti, in quanto occupati, a fornire il sostentamento alle truppe occupanti.

Parlando di strade e, più genericamente di vie di comunicazione, nel 1763, il 21 febbraio, il sindaco di Elva presentò un ricorso all’Intendenza di Cuneo, nel quale faceva notare che il collegamento tra Elva e la strada della valle passante per Stroppo non era sicuro: coloro che la percorrevano da soli o con il bestiame erano spesso vittime di incidenti. La costruzione della strada del Vallone era ancora lontana, ma questo ricorso potrebbe essere considerato come la prima iniziativa documentata in vista di un futuro collegamento diretto tra Elva e la strada della valle.

Negli ultimi anni del secolo si ebbe la conclusione della lite che aveva opposto per quasi quattro secoli Elva e l’allora comune di San Michele di Prazzo. La lite riguardava i diritti sui pascoli verso il «Gias Vecchio», sulle acque della Fonte Nera e i confini tra Elva e i comuni vicini. La sentenza del 1788, definendo i confini con San Michele, assegnò a quest’ultimo ampi pascoli sul versante elvese e causò profonda delusione negli elvesi stessi.

Il XIX secolo vide l’apertura, nel 1837, del primo ufficio postale e nello stesso anno il passaggio ad Elva del duca di Savoia Vittorio Emanuele. Nel corso della visita il duca venne informato dal parroco don Giordana in merito alle difficili condizioni in cui versavano le vie di comunicazione tra Elva e il resto della valle e concordò con questi, quando il parroco sottolineò che il collegamento diretto con la strada della valle doveva necessariamente passare per il Vallone. Il duca consigliò così alla comunità di inviare all’attenzione del sovrano Carlo Alberto una relazione in merito.

L’anno successivo, sulla base di quanto presentato al duca, il comune approvò il progetto relativo alla costruzione di una nuova strada passante per il Vallone e la relativa tavola presentata dal geometra Giovanni Antonio Garneri.

Negli anni successivi, però, l’iniziativa venne bocciata perché troppo pericolosa e costosa e perché non tutte le borgate di Elva erano concordi sulla costruzione della strada del Vallone. Lo stallo durò fino al 1880 quando l’oste di borgata Traverse Alessandro Claro legò tutti suoi beni al Comune affinché potesse procedere con i lavori di apertura della strada. Per questo viene ricordato con altri benefattori su una lapide apposta in località Bars la Pompa e a lui venne intitolata la commissione creata nel 1883 per l’inizio dei lavori e che rimase in vita fino al 1948 – 1949. In seguito alla nomina della commissione, grazie alla somma di 6.000 Lire ottenuta per mezzo di una sottoscrizione e al ricorso a mano d’opera gratuita, venne aperto (in regione Praietto) un tratto di sentiero di circa 1300 metri arrivando fino al confine con Stroppo.

Il comune di Stroppo si oppose, inizialmente, al passaggio della strada del Vallone sul proprio territorio: da un lato temeva che i pascoli di sua proprietà posti sul versante della comba non potessero più essere utilizzati a causa dell’eventuale caduta di massi su uomini e animali di passaggio sulla strada. Dall’altro temeva che il nuovo itinerario avrebbe influenzato negativamente l’economia del comune spostando la direttrice dei traffici commerciali. Nell’ottobre del 1891, infine, i due comuni giunsero ad un accordo e i lavori poterono essere ripresi.

Nel 1893 il sentiero raggiunse finalmente la strada della valle che, nel frattempo, era stata dichiarata «nazionale» nel 1886 e che nel 1890 aveva raggiunto Prazzo.

Il transito pericoloso, però, indusse il comune a richiedere, nel 1893, l’intervento dell’Autorità Militare al fine di trasformare il sentiero in mulattiera. A questo proposito l’anno successivo il geometra Rebaudengo stese il relativo progetto e nel 1895 l’Autorità Militare accolse la proposta, non senza secondi fini: da qualche anno era riemersa, infatti, l’utilità un collegamento tra il colle della Bicocca e il colle del Mulo. Con la premessa che le spese sarebbero state sostenute dal Comune, i lavori furono eseguiti da un reparto di alpini e dalla 17^ Compagnia minatori, ma l’obiettivo della mulattiera non venne raggiunto e l’intervento restò un semplice miglioramento del sentiero. Le spese per il Comune furono però ingenti e si trovò costretto a contrarre un mutuo per poter far fronte alle 17.000 Lire occorse.

Nel 1899 vennero eseguiti nuovi lavori, poi collaudati nel 1905. È del 1908 un legato da parte di Antonio Riberi e consistente nella somma di Lire 10.000 il quale consentì di apportare ulteriori miglioramenti al sentiero.

Era però indispensabile che la situazione cambiasse e che il sentiero si trasformasse in una strada meno pericolosa e più agevole. A questo proposito il comune di Elva incaricò l’ingegnere Carlo Jorio di redigere il progetto per una carrozzabile di larghezza pari a 3,5 m.  Il progetto, presentato al comune nel 1914 e da questo inoltrato al Ministero dei Lavori Pubblici, venne bocciato proprio da quell’Autorità Militare che nel 1895 aveva espresso parere favorevole e fornito gli uomini necessari all’impresa.

L’opposizione dell’Autorità Militare venne superata solo dopo la fine della guerra, nel 1919, quando il Genio Civile affidò i lavori per un tratto di strada di 850 m e per una galleria, ma le opere procedettero a rilento tanto da essere collaudate solo tre anni più tardi. Per arrivare al passaggio del primo mulo carico bisognerà aspettare il 1934 e il 1936 per un nuovo lotto di lavori, progettati nuovamente dal Genio Civile, finanziati da enti diversi e da privati ed eseguiti dalla Provincia. Nel 1937 la mancanza di risorse economiche portò nuovamente all’interruzione dei lavori che si protrarrà fino al 1939 quando il Duce, in visita a Cuneo, provvide a mettere a disposizione una somma di denaro per il prosieguo delle opere. Lo scoppio della seconda guerra mondiale e le sue conseguenze bloccarono la situazione almeno fino al 1948, quando fu ripresentata la proposta di portare a termine la costruzione della strada del Vallone, riconosciuta come necessaria anche dal nucleo provinciale del Genio Civile in visita ad Elva.

Anche in questa occasione mancavano le risorse per l’avvio e la ripresa dei lavori e fu necessario aspettare il 1950 per arrivare alla riapertura della pratica e al reperimento dei fondi necessari.

I lavori furono finalmente portati a termine nel 1956.

Nel 1965 la gestione della strada del Vallone (Strada Provinciale n. 104) passò all’Amministrazione provinciale che negli anni ’70 provvide anche ad asfaltarla.

Al momento attuale la strada del Vallone è chiusa al transito dal dicembre 2014.

L’isolamento che aveva caratterizzato Elva per secoli finì a metà degli anni ’50, paradossalmente proprio quando il fenomeno dell’emigrazione e del conseguente spopolamento cominciò a diventare sistematico e di massa.

Nel 1956 venne aperta la carrozzabile che collega Elva con il colle di Sampeyre per proseguire fino a Chiosso, mentre il comune di Stroppo aprì quella che raggiunge il colle delle Cavalline transitando per Cucchiales e San Martino.

Nell’estate del 1955, inoltre, Piergiacomo Parola, maestro alla borgata Grange di Elva, si rese protagonista di una curiosa «impresa motoristica»: raggiungere Elva scendendo dal colle di Sampeyre con il suo motoscooter Agusta 150. «Tuttavia volevo anche dimostrare che una strada era possibile e poteva strappare gli Elvesi al secolare isolamento e rendere più agevoli i collegamenti con il fondovalle.»[3]

Il 14 luglio 1955 «a Costigliole Saluzzo inforcai la valle Varaita e mi fermai a Sampeyre per fare il pieno perché per un po’ non avrei trovato altri distributori. Iniziai subito la salita, serpeggiando tra boschi e prati odorosi di fieno novello. Ecco il colle di Sampeyre, la prima parte della mia meta, ma per me anche la fine di un percorso discreto. A destra la strada proseguiva verso la Bicocca, sito destinato ai campi militari estivi. Elva era laggiù, in fondo ad un’ampia conca naturale […]. […] Da ora in poi, per un bel tratto, non esisteranno più mulattiere e sentieri, ma soltanto prati e dirupi erbosi, boschi di abeti, larici e rododendri ed io ero solo con il mio motoscooter. Superati i colli delle Cavalline e di San Giovanni, scesi a zig zag, cercando di non ruzzolare e fare capitomboli dalle brutte conseguenze. […] Dopo tanto faticare ecco la prima borgata, Goria. Un sospiro e la bella sensazione che ormai era fatta. Alla prima seguirono altre borgate, collegate tra loro e al capoluogo da mulattiere decenti. Finalmente arrivai a Serre, capoluogo di Elva, stanco e sudato ma pervaso da una grande soddisfazione. Ce l’avevo fatta. La prima moto era giunta ad Elva ed era la mia.»[4] Non pago dell’impresa compiuta, nei giorni successivi scese a valle passando dalla non ancora conclusa strada del Vallone: «Dovevo seguire la mulattiera di cui gli elvesi si servivano per scendere a valle. Dopo un bel tratto discreto notai subito che le cose si mettevano male. Nella gola del vallone il torrente scendeva rapido e la mulattiera correva a pochi passi. Uno strapiombo da rabbrividire. Era più che necessario usare la massima attenzione per non finire laggiù. Finalmente, dopo tante difficoltà superate, giunsi al cantiere della nuova strada, in quel momento inattivo per le ferie estive.»[5]

Il ‘900 è però anche e soprattutto il secolo dei due conflitti mondiali e del fenomeno dell’abbandono e dello spopolamento della montagna.

La prima guerra mondiale costò alla valle Maira 818 morti, di cui 35 elvesi tra caduti e dispersi. Gli uomini di Elva trovarono quasi tutti collocazione negli alpini o tra gli artiglieri di montagna.

Sono in molti a sostenere che lo spopolamento della montagna sia cominciato proprio in occasione del primo conflitto mondiale, sia stato portato avanti dal secondo e abbia trovato il proprio culmine con l’emigrazione di massa verso la pianura degli anni cinquanta e sessanta.

Non che nei secoli precedenti il fenomeno fosse sconosciuto alla valle Maira e al territorio di Elva in particolare, anzi. Già nel XVIII ci sono esempi di uomini costretti a espatriare durante l’inverno, mentre le donne, nella maggior parte dei casi, restavano al paese ad occuparsi dei figli e della casa. Non era poi infrequente che l’emigrazione stagionale portasse all’abbandono del paese originario da parte degli emigranti che decidevano trasferirsi definitivamente in altri paesi, soprattutto in Francia, raggiungibile tramite i vicini passi alpini. La lapide posta alla base del colle Sautron ricorda tutti gli emigranti che percorsero quel tragitto per recarsi in Francia rischiando e, a volte, rimettendoci la vita.

A Elva e ai suoi abitanti è legata una professione particolare, quella dei «pelassiers» o «caviè», ossia «raccoglitori di capelli». Accostata, almeno all’inizio, al commercio dei tessuti, con l’andare del tempo si distaccò da questo diventando una vera e propria attività che coinvolgeva sia uomini che donne. La raccolta era affidata agli uomini, erano loro che viaggiavano e si procuravano i capelli. Alle donne, che rimanevano a Elva, era affidato invece il compito di trattarli e lavorarli con appositi strumenti. Venivano utilizzati sia i capelli tagliati, sia i capelli raccolti con il pettine.

A testimonianza e ricordo di questo particolare mestiere è sorto a Elva il Museo di «Pels», ospitato nella casa della Meridiana, che raccoglie il materiale storico fornito dagli abitanti di Elva: foto d’epoca, i ferri del mestiere, le testimonianze raccolte direttamente dai “pelassiers”, perfino i merletti, le gioie, i pizzi e i foulard che erano usati per convincere le donne al baratto.

 

Bibliografia

Battistoni Marco, Coesistenza religiosa e vita pubblica locale nella prima età moderna – Il Marchesato di Saluzzo tra Riforma e Controriforma, 1530 – 1560 in Quaderni Storici, 2010, pp. 84 – 106

Bersani Alberto – Baudino Franco, Elva – Gli Elvesi nella prima guerra mondiale, Ed. Sale e Luce Società cooperativa, Saluzzo 2005

Bersani Alberto – Baudino Franco, Elva – C’era una volta un vallone… inviolabile, Ed. Sale e Luce Società cooperativa, Saluzzo 2005

Casalis Goffredo, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, G. Maspero librajo, Cassone Marzorati Vercellotti tipografi, Torino 1840, Tomo VI, pp. 336 – 340

Ciliento Bruno – Einaudi don Graziano a cura di – Immagini di fede in Val Maira, il Maira editore, Busca, 1998

Dao don Ettore, Elva: un paese che era, Ed. L’Artistica, Savigliano, 1985

Di San Giovanni barone Manuel – Memorie storiche di Dronero e della Valle Maira, Tipografia Subalpina di Marino e Gantin, Torino 1868, ed. L’Artistica, Savigliano, 1972

Isaia Adalgisa, Magistro – Elva 1954 – 1955 un anno di scuola e di vita, Fusta Editore, Saluzzo 2010

Mennella Giovanni – La Quadragesima Galliarum nelle Alpes Maritimae, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité, vol. 104, n°1. 1992, pp. 209 – 232

[1] G. Casalis, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Tomo VI, p. 337

[2] Ibidem, p. 339

[3] Isaia Adalgisa, Magistro – Elva 1954 – 1955 un anno di scuola e di vita, Fusta Editore, Saluzzo 2010, p. 60

[4] Ibidem, p. 61

[5] Ibidem

 

In primo piano la “Caso d’Bosch”, oggi detta la “Casa della Meridiana” e sede del museo “di Pels”  (Caviè in piemontese, venditori di capelli), nella sua architettura finale. Si nota, adiacente la strada che attraversava la borgata, attaccato al vicino edificio, il forno pubblico oggi non più esistente.

(cartolina anno 1907)

 

La cartolina riprende la borgata Serre Capoluogo da Sud – Ovest. Il muro del cimitero è ancora basso, la chiesa parrocchiale non ha ancora l’orologio sul campanile (verrà installato nel 1928, donato da un Dao di Elva soprannominato “Nielo”, residente a Nizza).

Al centro dell’immagine la casa canonica com’era in origine. Ultimo a sinistra il vecchio caseggiato chiamato “lu Culumbier”, oggi completamente rimaneggiato e sede dell’ufficio postale. A Goria Abelli è ancora in perfette condizioni la casa dei “Bruna”, ultima sulla sinistra, oggi ridotta a un rudere.

A Goria Superiore invece, manca ancora la casa di “Tan Piciot” costruita nel 1920.

(cartolina anno 1915 circa)

  

Cartolina tra le più vecchie che ritrae la borgata Serre Capoluogo con questa visuale. Da notare come i prati tutto intorno siano perfettamente puliti e curati grazie al paziente lavoro degli elvesi: nessuna pianta nei pressi di case e della chiesa parrocchiale.

All’edifico del municipio manca ancora la parte di tetto che copre la scalinata della ex scuola.

(cartolina anno 1916)

  

La caserma della Bicocca al di sotto dell’omonimo colle. A nord il monte Pelvo, a sinistra il Chersogno. Sulla sinistra dell’edificio si notino le scuderie.

(cartolina anni ’30 circa, archivio Franco Baudino)

  

In primo piano la chiesa parrocchiale dedicata a Maria Vergine Assunta le cui prime informazioni storiche risalgono al 1355. Ospita gli affreschi del “Maestro d’Elva”, il pittore di probabile origine fiamminga Hans Clemer.

(cartolina anni ’30 circa, archivio Franco Baudino)

 

Colle San Giovanni con la cappella ad architettura circolare. Al di sopra della mulattiera la vecchia cappella, ancora in piedi, ma non più oggetto di manutenzione.

La forma circolare dell’edificio era stata scelta per contrastare la forza del vento che, a quell’altitudine, creava non pochi danni. Nel 1880 la cappella circolare era già conclusa ma non ancora benedetta.

La cappella più vecchia, oggi in “disgrazia”, fu costruita nel luogo ove sorgeva un pilone databile al 1500 circa.

(cartolina anni ’30 circa, archivio Franco Baudino)

  

La foto, di autore sconosciuto, ha fissato un momento dei lavori di riparazione del campanile della chiesa parrocchiale da parte di muratori elvesi. L’intervento si rese necessario per una deformazione dell’opera a circa due terzi della propria altezza.

A lavori ultimati, sulla cuspide del campanile, per scherzo venne fissato un fiasco di vetro. Nel corso degli anni numerosi cacciatori elvesi si cimentarono nel tiro al bersaglio ma il fiasco resisteva. Soltanto un anziano riuscì a romperlo sparando il suo colpo in maniera da centrare in pieno il fondo del bottiglione.

(foto maggio 1937 , archivio Franco Baudino)

  

LA STRADA DEL VALLONE

Questa fotografia, che fu data in omaggio a Giovanni Giolitti ritrae, nei primi anni ’20 del secolo scorso, l’inizio dei lavori nell’orrido di Elva. Risalendo la stretta valle, dopo 6 gallerie inizia il territorio elvese.

(foto archivio Franco Baudino)

La foto ritrae l’inizio della perforazione di una galleria lungo l’orrido del Vallone a fine anni ’20. La strada più breve per raggiungere Elva dal fondovalle (in totale 5,5 Km), sta compiendo i “primi passi”.

(foto archivio Franco Baudino)

Negli anni ’40 si lavora duramente per tracciare la nuova carrozzabile.

(foto archivio Franco Baudino)

 Uscita la strada dalla galleria chiamata della “Pissa” si presentò un tratto particolarmente ostico. Nella foto il titolare dell’impresa osserva, probabilmente preoccupato, il burrone sottostante.

(foto archivio Franco Baudino)

La carrozzabile per Elva giunge ancora da ultimare nel luogo dove oggi sorge la statua della Madonnina. Si noti la ripida salita della mulattiera detta “La muntà d’Flipin” ed in piano invece, l’inizio del tracciato della nuova strada. Sotto la baracca il compressore necessario ai lavori.

(foto maestro Giacomo Parola anni 1954-55, archivio Franco Baudino)

Siamo al 10 giugno del 1956 ed è stata ultimata la posa della statua della Madonnina. In primo piano Aldo Dao e, di spalle sulla scala, “Vivì” Taggiasco di Ponte Marmora.

(foto archivio Franco Baudino)

Nella classica cartolina con “Saluti da…” si noti, in particolare, il riquadro a destra con la chiesa parrocchiale prima delle modifiche apportate al tetto negli anni 30.

(cartolina anno 1958)

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