La Guida Storica della valle Maira (volume primo)
BUSCA
1028 - 2028: le comunità della valle Maira si avvicinano ai mille anni di storia
di Franca Giachino

“Territorio ricoperto di cespugli e boschi”, la probabile etimologia di Busca, di origine celtica, come indica il suffisso “-sca”.

Il nome compare per la prima volta in un documento datato 6 dicembre 1123. Il primo insediamento si colloca sulla collina di S. Martino, dove sono stati rinvenuti reperti che risalgono alla tarda età del Bronzo.

Una lapide in caratteri etruschi testimonia che 2000 anni fa sul territorio sorgeva una stazione commerciale etrusca, sulla via di comunicazione fra il Piemonte sud-occidentale e le colonie greche di Nizza e Marsiglia. Scavi compiuti intorno al 1950 hanno portato alla luce una necropoli romana nella zona precollinare e sul monte Pagliano; il territorio, infatti, era stato colonizzato dai Romani e suddiviso in grandi latifondi, le “ville”, tra i possidenti, per godere del microclima salubre della collina, dove crescevano ulivi e viti. Numerosi reperti di epoca romana, risalenti ai secoli dal I al III d.C., si trovano nel museo civico di Cuneo o in quello archeologico di Torino.

Con le scorribande dei Saraceni, le ville furono abbandonate e la popolazione si rifugiò in pianura per dare vita a quella che nell’Alto Medioevo divenne la città di Busca. Sul finire del sec. XII ebbe origine il Marchesato di Busca, durato 126 anni, la cui prima fortificazione fu il “Castellaccio” sulla collina di S. Stefano. Fu tracciata la via Maestra, oggi via Umberto I; ai Marchesi si deve anche la costruzione dell’attuale chiesa di Santo Stefano, seconda parrocchia di Busca, dopo quella costruita dentro la città muraria. La corte offriva rifugio e accoglienza a quei trovatori che la crociata contro gli albigesi (1209) aveva cacciato dalla Provenza: Peyre Vidal, Girault de Bornheil, Rambaldo d’Orange trovarono presso il Marchesato la stessa vita “cortese”, con i tornei, la poesia e le tenzoni d’amore che avevano dovuto lasciare. Manfredo I fu anch’egli trovatore, dal suo casato deriva il nome “Lancia”, che trasmise al figlio Manfredi II, alla figlia Bianca, amante e poi moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, madre di quel Manfredi che Dante, nella sua Commedia descrive: “biondo era e bello e di gentile aspetto”.

Nei secoli seguenti Busca passò dai Marchesi di Saluzzo, agli Angioini, e infine, nel 1361, ai Savoia. Nel Quattrocento vi praticano la loro arte i pittori Matteo e Tommaso Biazaci di Busca, nelle cappelle di Madonna del Campanile, di Santo Stefano e di San Sebastiano e altre purtroppo scomparse. Risale al Quattrocento anche la cappella di San Giacomo, che segnava il passaggio di pellegrini verso il santuario di Santiago di Compostela. Nel 1536 Busca passò sotto il dominio della Spagna, costituendo un baluardo sabaudo-spagnolo incuneato nel territorio del Marchesato di Saluzzo, alleato della Francia. Espugnata la città, i Francesi la fortificarono con poderosi bastioni. Con la pace tra Francia e Spagna, nel 1559 il duca Emanuele Filiberto di Savoia riebbe la sua Busca: sotto il suo governo aumentò la popolazione e si estesero le colture agricole.

Il benessere ebbe breve durata: la peste del 1630, le rivalità feudali misero a dura prova la popolazione, decimata e gravata da esose tasse imposte per finanziare le guerre. Nonostante le traversie del tempo, la confraternita della Santissima Trinità costruì la sua chiesa e il suo ospedale sulle rovine del Castello inferiore, che le erano state concesse dal Comune. Il periodo che seguì fu molto fecondo, in campo sociale e artistico: nel 1702 Comune e Confraternita della Santissima Trinità diedero formazione all’ospedale per i poveri infermi. A scopo sociale, di sollievo agli infermi e ai poveri, fu costituita l’Opera della Madonnina, che era stata fondata per regolare la devozione sorta attorno ad un dipinto murale che si diceva miracoloso. Nel 1717 si iniziò la costruzione della chiesa parrocchiale su disegno dell’architetto Francesco Gallo. Nel 1727 anche la Confraternita della Santissima Annunziata decise di edificare la sua chiesa e affidò il progetto allo stesso Gallo. Le due confraternite dei Bianchi (Annunziata) e dei Rossi (Trinità) produssero opere utili alla comunità. La Confraternita dell’Annunziata fondò il Monte di Pietà (1755), in seguito l’orfanotrofio per il ricovero, l’assistenza e la formazione professionale di bambini abbandonati. Pochi anni dopo, il 5 dicembre 1762, Busca ottiene l’autorizzazione a chiamarsi “Città” dal re Carlo Emanuele III e la fedeltà ai Savoia è testimoniata dalle intitolazioni di vie e piazze alla dinastia: via Umberto I, Piazza Savoia, piazza Regina Margherita…

Ulteriore e più tragica testimonianza ne sono le generazioni di giovani che parteciparono alle guerre combattute per l’unità d’Italia, alla prima e alla seconda guerra mondiale.  Pur tra le epidemie di colera che si susseguirono nell’Ottocento, le guerre, le emigrazioni principalmente verso la Francia e la povertà diffusa, Busca conosce un periodo di sviluppo, che porta alla costruzione di strade e del primo ponte sul Maira, all’ampliamento urbanistico, alla realizzazione delle prime ferrovie (1892, linea Saluzzo-Cuneo), all’attivazione dell’energia elettrica e del servizio telefonico (1915). Come tutta l’Italia, anche Busca subì la dittatura fascista e versò un doloroso contributo di giovani durante la campagna di Russia, 100 caduti, e sui fronti albanese, tunisino, in Egitto. Caddero 189 militari, ma il più importante impegno fu quello che coinvolse più direttamente la popolazione civile con la Resistenza, che ebbe origine e fu attiva nelle valli circostanti la città: 39 furono i martiri, 22 partigiani e 17 civili. Doveroso ricordare il tragico eccidio di Ceretto, non propriamente sul territorio di Busca, ma alle porte, dove furono trucidati per mano dei nazifascisti, il 5 gennaio 1944, 27 civili, 6 dei quali buschesi.

Nei seguenti decenni la città segue lo sviluppo economico che caratterizza il Paese, con il passaggio dall’attività agricola – pur ancora molto importante – a quella industriale. Non ci sono più i setifici, che avevano raggiunto alti livelli qualitativi e avevano dato lavoro fino a trecento persone ma tante piccole attività affiancate dalle cartiere Burgo, dalla Michelin e soprattutto dalla Fiat. Gli anni Cinquanta e Sessanta videro l’emigrazione di tanti agricoltori che diventarono operai.

Caratteristica della Città è la sua vocazione musicale: dal 1979 il Palazzo della Musica ospita il Civico istituto Musicale Vivaldi, che si è guadagnato un ruolo di rilevanza nel panorama regionale e oltre, non solo per la validità della scuola o per le pregevoli iniziative rivolte al pubblico, ma anche perché ideatore e organizzatore di concorsi musicali destinati ai giovanissimi di tutto il Paese. Il restaurato Teatro Civico offre a tale scopo lo spazio ideale. Ma i luoghi nel cuore dei Buschesi sono l’Eremo di Belmonte e il castello del Roccolo. Sorgono entrambi in mezzo al verde della collina e sono entrambi carichi di storia. Edificato nel Duecento come certosa femminile, l’Eremo passò nel ’400 alle suore domenicane e nel ’600 ai Camaldolesi di San Romualdo. Acquistato nell’Ottocento da nobili locali, e poi dalla famiglia Grimaldi, ospita ricchi affreschi e dipinti.

Il castello del Roccolo è davvero il monumento più conosciuto e rappresentativo di Busca. Anche se la città può vantare un centro storico con mura e porte risalenti al medioevo, cappelle in stile tardo romanico e gotico con affreschi quattrocenteschi e alcune chiese capolavoro di architettura barocca piemontese, il Roccolo in stile neo-medievale, costruito dal 1831, è quell’armoniosa costruzione con archi moreschi, merli ghibellini, rosoni, bifore e trifore che, con il suo parco e il giardino d’inverno, richiama qui il più gran numero di visitatori, da quelli “storici” vantati dai proprietari originali, la famiglia d’Azeglio, ossia Silvio Pellico e alcuni primi ministri inglesi, il re Umberto I e la regina Margherita.

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