I primi registri parrocchiali droneresi portano la data dell'11 giugno 1599
Storie da un ARCHIVIO
Viaggio tra le carte di un bene sconosciuto: l'archivio parrocchiale di Dronero
di Enrica Fontana e Roberto Olivero

Il XVI secolo. Gli atti di battesimo, matrimonio e morte

Il Cinquecento e il Seicento sono periodi cruciali nella storia di Dronero e della Valle Maira. Il XVI secolo vede, già a partire dagli anni trenta e quaranta, l’affermarsi deciso della predicazione della Riforma protestante, giunta al seguito dei numerosi passaggi di truppe francesi o imperiali che si confrontarono nelle grandi guerre europee e che ebbero conseguenze forti anche nell’ambito del Marchesato di Saluzzo al quale, sin dal XIII secolo, appartenevano Dronero e la Valle Maira. Il Marchesato, dopo la reggenza di Margherita di Foix, vedova di Ludovico II (1475-1504), e gli sfortunati governi dei suoi figli chiude virtualmente la sua parabola e finisce prima sotto il controllo francese (1548) e poi sabaudo, per essere incorporato formalmente nei domini di quest’ultimo con il Trattato di Lione (1601). Dronero e la valle ne seguono le vicende e i passaggi. Dopo la metà del secolo (1562) vengono unite in un’unica parrocchia le due antiche pievanie di sant’Andrea e san Ponzio presso la chiesa a loro comunemente intitolata (l’attuale parrocchia) ed esistente all’interno delle mura cittadine almeno dal 1315. Intanto si fortifica la presenza di riformati (Ugonotti) e alla nuova confessione aderiscono principalmente gli esponenti dell’élite nobiliare e diversi notabili del luogo. La “pretesa riformata religione” trova poi consensi anche tra gli altri strati della cittadinanza dronerese e i cattolici, guidati dai loro parroci, si trovano a mal partito. Questa situazione di difficoltà, oltre al fatto che il nuovo ente ecclesiastico nasce dall’unificazione di due realtà più antiche di cui non ci sono pervenuti i fondi documentali, potrebbe essere una spiegazione del motivo della quasi totale assenza di documentazione di questo periodo presso l’archivio parrocchiale del capoluogo della Valle Maira.

 

L’archivio storico della parrocchia di Dronero conserva documentazione che registra la vita della comunità ecclesiale, a partire dal 1599. L’archivio, formato da carte di natura amministrativa e gestionale, riflette sì l’attività della parrocchia nei secoli, ma sempre in relazione con la vita civile.  Per quel che riguarda il XVI secolo sono particolarmente significativi i registri di nascita e battesimo1, di matrimonio, a partire dal 1599, e i registri degli atti di morte a partire dal 1626. Queste serie2 contengono le carte più antiche conservate dall’archivio e la loro importanza storico – documentaria è fondamentale.

Esse sono fonte privilegiata per ricerche genealogiche e demografiche, ma non solo: a volte le pagine di questi registri contengono commenti, aggiornamenti e memorie dei parroci, i quali, con brevi note a margine o a piè di pagina “arricchivano” le registrazioni canoniche con fatti e avvenimenti degni di nota come calamità naturali, carestie ed epidemie.

Non è quindi sbagliato affermare che questi registri raccontano lo svolgersi della vita all’interno di una comunità e aiutano gli studiosi a raccontare di epoche e uomini lontani da noi, rendendoli reali e, forse, più vicini.

Il primo registro dei battesimi3 giunto fino a noi si apre con questa intestazione scritta dal parroco:

“Notta de baptizatti nella perrochiale di D<ronero>, incommezatta l’anno del Signore 1599 et <li 11> giugno per me prette Ludovico Marino, plebano di Dronero et paroco”

Dopo questa breve annotazione troviamo la prima registrazione dei bambini battezzati e scopriamo che nel “1599 et li 11 giugno e baptezatta Madalena, di A[…] et Margarita, giugali de Colombi, patrino […] Gonale, matrina Bernardina Tezzo.

Lo stesso giorno e baptezatto Joanne Giacomo, de Giaf<fredo> et Chatarina, giugali de Beliardi, patrino […] Salvagno, matrina Anna Sericcia.”

Anche le registrazioni dei matrimoni sono precedute da un’intestazione del parroco:

“Notta de matrimoni benedetti nella perochiale di Dronero e incomenzata l’anno del Signor 1599 e li 11 giugno. Fatto per me prette Ludovico Marino, plebano di Dronero et paroco.” 4

L’11 giugno 1599 è stata una giornata ricca per la vita parrocchiale dronerese: sono stati battezzati due bambini e Giovanni Antonio Buttino e Margherita Viviano hanno celebrato il loro matrimonio, così registrato: “1599 <et li> 11 di giugno contratto matrimonio tra Joanne Antonio Buttino et Margarita, filiola del fu Constanzo Viviano, tutti di Dronero. Presenti Laurenzo Chialvo et Giafredo Meliore.”

Gli atti di morte, anche se più tardi, presentano lo schema ricorrente di intestazione e registrazione.

“Liber in quo notantibus mortui et sepulti in ecclesia parrochiali Sanctorum Andrea et Ponzi, oppidi Draconerii, incipiendo a die 15 septembris 1626 et successive usque ad annum 1644.

Die octava novembris 1626 in ecclesia parrochialis sub titulo Sanctorum Andrea et Ponzi sepulta fuit Marta Gribalda, uxor Francisi, etatis annorum 50 circa, munita sacramentis, soluta fuit emina grani cum sale, farina et ovis. Franciscus a Perno, prepositus” 5

“Libro nel quale sono annotati i morti e i sepolti nella chiesa parrocchiale dei Santi Andrea e Ponzio della città di Dronero, a partire dal giorno 15 settembre 1626 e di seguito fino all’anno 1644.

Il giorno 8 del mese di novembre 1626, nella chiesa parrocchiale sotto il titolo dei Santi Andrea e Ponzio fu sepolta Marta Gribalda, moglie di Francesco, di circa 50 anni, fortificata dai sacramenti. Venne versata a titolo di pagamento un’emina di grano con sale, farina e uova. Francesco Perno, preposito.”

Queste brevi registrazioni, all’apparenza scarne e di poca importanza, rivelano in realtà alcuni elementi che vale la pena provare ad osservare.

Innanzitutto la lingua: se gli atti di nascita e matrimonio mostrano una certa affinità con l’italiano, tanto da non avere bisogno di traduzione perché abbastanza evidenti nel loro contenuto, non altrettanto si può dire dell’atto di morte, redatto in latino. Dal momento in cui la lingua ufficiale della chiesa era ed è tuttora il latino, a che cosa può essere dovuta questa discrepanza? In mancanza di ulteriori fonti, potremmo attribuire questa differenza al cambiamento del parroco: gli atti di nascita e matrimonio vengono annotati dal parroco e pievano Ludovico Marino, mentre gli atti di morte dal preposito Francesco Perno.

L’atto di morte contiene l’espressione “soluta fuit emina grani cum sale, farina et ovis” la quale indica che, in occasione del funerale, è stata corrisposta al parroco, a titolo di onorario, “un’emina di grano, con sale, farina e uova”. Il pagamento con prodotti naturali di quelli che verranno poi definiti “diritti stola nera”, non era una rarità: era previsto e regolamentato nei tariffari dell’epoca e variava secondo la tipologia di funerale desiderato dal defunto o dalla famiglia.

Un accenno meritano infine le coperte dei due volumi relativi ai battesimi e ai matrimoni. Si tratta di fogli di pergamena appartenenti ad un antico laudario: su di essi sono ancora visibili la notazione quadrata riportata sul tetragramma e le parole da intonare.

 

Da un punto di vista archivistico, i testi trascritti presentano in originale alcuni dei segni brachigrafici medievali più ricorrenti nei documenti antichi, abbreviazioni che vanno sempre sciolte al momento della trascrizione del testo, per renderne più agevole la comprensione.

Questa p con l’asta verticale tagliata da un trattino posto in orizzontale, ad esempio, veniva utilizzata per indicare la preposizione o la sillaba “per”. La troviamo ad esempio nella frase per me prette Ludovico Marino” e nella parola perochiale” (parrocchiale).

Curiosa è poi la parola “incommezatta”, scritta in realtà in questo modo incomezatta, con un trattino a cappello della sillaba co. Questo segno indicava comunemente la caduta delle lettere m o n.

Nella trascrizione dei testi, inoltre, i paleografi e gli archivisti utilizzano segni convenzionali per indicare lacune nella scrittura, difficoltà e dubbi di lettura, segni utilizzati anche nei testi su riportati:

[…] quando ci sono delle lacune, manca la parola o la lettura è difficoltosa;

(?) quando si hanno dubbi sulla corretta lettura o sulle desinenze abbreviate;

< > quando mancano le parole, ma sulla base del contesto ed altre caratteristiche del testo possono essere integrate dal trascrittore.

Il XVII secolo. Notai e publica in strumenta

Sino a metà del XVII secolo il riaffermarsi della confessione cattolica appare ancora incerto nonostante gli sforzi del duca Carlo Emanuele I che chiama in valle, come predicatori e restauratori della tradizione romana, i frati Cappuccini e intima in più occasioni l’esilio ai riformati. Essi avevano già preso dimora, sin dal secolo precedente, presso la Confraternita dei Disciplinati di Dronero (Confraternita del Gonfalone, eretta come sodalizio almeno da metà XIV secolo). I Cappuccini erigono poi un proprio convento nel 1629 e vi dimoreranno sino alla Rivoluzione francese. Dopo il 1650 la situazione religiosa è ormai stabilizzata in favore del cattolicesimo e diversi riformati, per decisione ducale, prendono la via dell’esilio. Una parentesi di minori conflitti bellici consente alla Valle la possibilità di riprendersi mentre si prospetta, concretizzato poi nel Settecento, il ridisegnarsi del tessuto urbano dronerese. Intanto, dal 1649 Dronero perde le antiche prerogative e i privilegi concessi, sin dal XIII secolo, dai Marchesi di Saluzzo e in quell’anno il duca di Savoia la concede in feudo ai marchesi d’Este. Formalmente il capoluogo della Valle Maira assurge ad un titolo più elevato, dal punto di vista pratico perde autonomia e tende a divenire uno dei tanti luoghi e piazzeforti del dominio sabaudo.

 

L’archivio conserva un numero esiguo di carte risalenti al XVII secolo e si tratta per lo più di documenti di natura patrimoniale: testamenti, doti e inventari.

Tra questi la scelta è caduta sull’atto di “Dotte di Maria, sposa di messero Lorenzo Barbero di Dronero et figliola di messer Baldassarre Degioanni di Busca” .6

L’origine della dote, ossia l’insieme dei beni portati dalla donna al marito per sostenere il peso del matrimonio, risale a tempi antichi quando, prima di essere regolata dal diritto, nasce come usanza e consuetudine. Normato prima dal diritto romano, l’istituto della dote subì poi l’influenza delle consuetudini germaniche.

L’atto si apre con l’indicazione della data topica e cronica di redazione: “L’anno del Signore mille seicento ottanta, l’indizione terza et alli vinti uno di giugno, fatto sovra le fini di Busca, regione del Bosco della Fraschetta7, et nella casa dell’infrascritto messer Degioanni”.

Il documento ci porta al 21 giugno 1680, a Busca, nella casa di Baldassarre Degioanni, padre della futura sposa.

Proseguendo la lettura scopriamo che il documento viene redatto davanti ai testimoni “Bartolomeo Delcogno, Steffano Degioanni et Giovanni Andrea Nizzato, tutti delle presenti fini”.

Dopo una premessa che conferma l’antichità dell’istituto della dote, il notaio ducale Gaspare Machiera ci fa entrare nel cuore del documento, passando ad illustrare gli obblighi e i compiti spettanti alle parti in causa: lo sposo Lorenzo Barbero di Dronero, assistito dal padre Giacomo, e Baldassarre Degioanni, agente per conto della figlia Maria.

Quest’ultimo, davanti al notaio e ai testimoni, “liberamente et spontaneamente, per lui et suoi heredi ha dato, costituito et assignato come, per virtù del presente pubblico instrumento, dà, constituisce et assigna in dote, per dote […] al suddetto messer Lorenzo et messer Giacomo, padre et figliolo de Barberi di Dronero ivi presenti, stipulanti et accettanti per luoro er luoro heredi, il matrimonio non ancor consumato, la somma di Livre trecentocinquanta ducali a solidi vinti l’una”.

Allo stesso modo Giacomo e Lorenzo Barbero, confessano, per loro ed i loro eredi, di aver avuto e ricevuto la detta somma e il fardello della sposa.

Padre e figlio inoltre aggiungono alle 350 Lire ulteriori 87 Lire accrescendo il valore della dote stessa e “promettono conservar, render et restituir alla suddetta madonna Maria luoro respettivamente futura sposa e nora, ivi comessa presente e a chi da lei haverà ratione et evento di restituzione per morte, divortio o per qualsivoglia altra legittima causa et conforme alli Statuti di Busca sopra di ciò disponenti”.

Dal momento in cui la sposa riceverà indietro la dote in caso di vedovanza, di divorzio o di altra circostanza prevista dagli Statuti di Busca, ella rinuncia ad avanzare qualunque pretesa sui beni paterni e materni.

A questo punto, data la soddisfazione delle parti, l’inesistenza di ulteriori pendenze, la veridicità di quanto scritto, la promessa delle parti di attenersi a quanto indicato nell’atto e successivamente al giuramento prestato dalle parti, il notaio dichiara di ricevere il documento debitamente firmato da queste, e di aver esatto Lire 30 per l’insinuazione dell’instrumentum.

Il notaio passa poi ad indicare il fardello, ossia il corredo di biancheria e utensili condotto dalla sposa: “primo, un cassione di noce novo con sua chiave e chiavadura, più una veste di rasetta cordoniera grisa, cioè la falala(?) quasi nova et il busto usato, più altra veste di buratto8 […] nova, più una camisetta di bombace9 usata, più quattro faudali turchini, due novi e gl’altri usati, più un schinbone di gloria10  usato, più sette linzuoli due novi e gl’altri usati, cioè uno de quali con suoi riselli(?), più cinque faudali di rairola11 : due usati e gl’altri novi, più altri due faudali di rista12   novi, più due camiggie da donna di tela di bottega una nova e l’altra usata, più altre camiggie: ondeci da donna, nove, più altre cinque camiggie da donna usate, più una copertina da letto con suoi linzuoletti di rairola novi, et la copertina di tela di bottega nova con sua maglia, più cinque fazzoletti di rista novi, più altri due fazzoletti di tela di bottega usati, più due cussini con suoi treglieri(?) di tela di bottega novi, più una pagliazza di tela di Canavasso nova, più un mantile mantilato13 di rista novo di cinque rati(?), più sette serviete mantilate14 di rista nove, più un ponzone d’argento usato, più due giri di granate […].”

Quello appena descritto è un publicum instrumentum, cioè un atto considerato autentico perché rogato ricorrendo a determinati formulari da uno scrivente detentore di pubblica fides poiché nominato da un’autorità pubblica, fosse essa regia o imperiale: il notaio.

Il XVIII secolo. La costruzione della nuova sacrestia parrocchiale

Il Settecento è il secolo della “normalizzazione”, prima della “bufera rivoluzionaria” di fine periodo. L’antica nobiltà di tradizione ed obbedienza marchionale viene progressivamente sostituita, anche attraverso le consuete politiche matrimoniali, da lignaggi più fedeli al sovrano sabaudo che ora ha assunto titolo regale. È il momento in cui prendono forma ingenti ristrutturazioni e radicali trasformazioni di antiche dimore: gli spazi tardo medievali lasciano spazio ad eleganti palazzi dalle linee ingentilite, che si ispirano a quelle che sorgono nelle altre città piemontesi. Questo avviene anche nell’edilizia civile: l’antico castello viene demolito e sulla sua area svetta ora l’imponente e non conclusa mole del nuovo ospedale. L’antico luogo di culto della Confraternita viene sostituito da una nuova chiesa barocca. Gli eventi mondiali del periodo toccano un po’ meno la cittadina. La vita religiosa è caratterizzata dal sorgere di nuove compagnie religiose che trovano sede presso la chiesa parrocchiale e vengono rappresentate presso il consiglio di sacrestia. L’edificio religioso principale si “arricchisce” di nuovi altari, di una nuova sacrestia e dell’imponente cupola, attribuita a Francesco Gallo. Nel 1749 Carlo Emanuele III di Savoia concede a Dronero il titolo di città (dietro il pagamento di 70.000 lire). Intanto però la fine dell’Antico Regime è ormai alle porte. La campagna d’Italia (1796) apre la via alle armate della Rivoluzione francese e alla successiva età Napoleonica che spazzeranno via d’un colpo tradizioni e certezze plurisecolari. Novità che si colgono nella documentazione del tempo, anche in quella conservata presso l’archivio parrocchiale.

 

Nel corso del XVIII secolo l’edificio parrocchiale cambia volto grazie alle numerose opere edilizie intraprese, di cui l’archivio parrocchiale conserva ricche testimonianze, rappresentate da carte di tipo amministrativo e contabile.

La mancata conservazione di disegni e progetti a vantaggio di queste ultime non deve far pensare a sterili dati numerici: sovrapponendo le informazioni e leggendo le fonti nella loro complessità è possibile conoscere ad esempio quante furono e chi furono le persone impiegate nella costruzione, quando e quanto lavorarono, con quali mansioni, quanto vennero pagate, ma anche i materiali impiegati, la loro tipologia e la quantità necessaria. Ecco quindi come semplici dati tecnici e contabili, elenchi di materiali, antiche unità di misura e forme dialettali tuttora famigliari, rivelano il volto umano della costruzione di un edificio e l’esistenza reale e concreta di una comunità, forse più di un disegno.

Nella riunione del Consiglio di sacrestia del 1 aprile 178215 Carlo Pollotti di Rigrasso e Giovenale Francesco Giorsetti, rettori della Compagnia di San Giuseppe e di quella del Suffragio, sollecitano la costruzione di una nuova sacrestia poiché quella vecchia risulta ormai insufficiente ad ospitare mobili, biancherie e suppellettili in uso alla parrocchia. Il Consiglio, approvata l’istanza, li deputa a dare avvio alle opere sulla base di due disegni presentati dall’ingegner Castelli.

La prima parcella16 presentata da padre e figlio Garovi per il materiale utilizzato nella “fabricha della sacrestia” risale al 4 settembre 1782 e tra le tante possiamo leggere espressioni come queste “libbre 3 chiodi dopi picoli per l’andarora dela fabricha”, “una mina17 e mezza gesso”.

Le costruzioni edili comportano spesso un grande dispendio di denaro che non sempre si ha a disposizione: nel giugno 1783 viene contratto un debito18 con il conte Lovera di Candia per la somma di Lire 1.621 Soldi 6 e 8 Denari. Il debito verrà saldato solo nel 1798, per la somma di Lire 1140 e il restante verrà reso al conte tramite la cessione di un raggio d’argento di 10 libbre e 7 once con il patto che ogni qualvolta vorrà separarsene dovrà restituire alla sacrestia le pietre preziose su di esso incastonate.

I Garovi presentano, nel luglio 1783, la nota di pagamento per le griglie delle finestre della sacrestia e un cospicuo elenco di ferramenta: “Libbre 7 e 6 once di chiodi doppi e da listello”, “7 oche di moietta19 longhe <e> 7 pezzi di moietta giontati alle oche vechie, oncie 4 fil ferro cotto per detti canali” 20.

Il 9 maggio 1784, durante la congrega del Consiglio di Sacrestia, i rettori deputati comunicano la quasi completa conclusione dei lavori, mancando solamente i vetri alle porte e alle finestre e il bancone di legno da farsi su disegno del Castelli.

Una volta chiuso il cantiere, la sacrestia deve essere arredata, così tra il 1784 e il 178721 viene deliberata l’esecuzione di due banconi, il secondo dei quali a carico delle Università22 degli Agricoltori e dei Tessitori, rispettivamente per la somma di Lire 100 e Lire 50. I conti resi dal parroco don Giacomo Delfino confermano l’entrata di questa somma: “1787 nel mese di aprile dall’Università delli Agricoltori eretta in codesta chiesa sotto il titolo di S. Magno Lire 100 e dalla Università del Tessitori eretta pur anche in codesta chiesa sotto il titolo di Sant’Antonio Abate Lire 50 per la formazione di un bancone ad uso delle dette università” 23 .

Risale al 24 maggio 1789 una capitolazione tra don Giacomo Delfino e il mastro Giuseppe Solaro, per la formazione di due “banchini”. Al punto II della convenzione si legge “Dovranno essere detti banchini esternamente di bosco di noce, ben stagionato, […] senza diffetto di fessure, tarli e cose simili”. E ancora al punto IV “Dovrà il Solaro servirsi per l’interno di detti banchini del solo bosco di castagna o albera ben stagionato, senza fessure o diffetti.”

Agli arredi collocati fino a questo momento se ne aggiungono altri grazie alla donazione di Lire 600 fatta dal priore don Spirito Ponza, somma da impiegarsi nella costruzione di tre inginocchiatoi e di due banchi da porsi lateralmente ai due banconi. Nella seduta del Consiglio del 1 giugno 1789 don Delfino propone che vengano eseguite e applicate ai mobili le armi gentilizie del benefattore stesso, a perenne ricordo e ringraziamento.

Nonostante le spese occorse per la fabbricazione dei mobili, delle 600 Lire donate ne sono avanzate 130, con le quali don Delfino propone di costruire un “gabinetto” da adibire a confessionale per le persone sorde24. Il luogo prescelto si trova tra la sacrestia ed il campanile con accesso dalla sacrestia, attraverso l’esistente finestra posta verso il campanile.

In questo caso, molto più delle diverse parcelle e note delle spese relative a questi lavori25 è don Delfino nella resa dei conti a lasciare un efficace quadro della spesa e dei materiali utilizzati: “Per la costruzione del piccolo gabinetto esistente a fianco della sacrestia ho pagato Lire 124 tra calcina, mattoni, sabia, provisione di pietre, escavazione delle fondamenta, lose, pianelle, bosco per il coperto, ferramenta e canali di tola per il coperto. <Inoltre> Per la formazione di detto gabinetto ho pagato al capomastro Francesco Scala Lire 44 Soldi 10.”

Di fondamentale importanza per la storia di questo edificio sono i “giornali dei mastri e dei manuali”26 , risalenti agli anni 1782 e 1783, nei quali troviamo elencati tutti coloro che lavorarono alla costruzione della sacrestia, con l’indicazione della mansione svolta, dei giorni di lavoro e della paga percepita.

Tra il 10 e il 15 giugno 1782 lavorarono come manovali Steffano Bertellotto, Steffano Chiotti, Giuseppe Gollè, Giuseppe Duranda, Giovanni Luigi Berardo, Battista Bertellotto, Battista Boni e Giacomo Daniele, guadagnando, per i sei giorni, la somma di 5 Lire e 5 Soldi.

Al lavoro nei giorni dal 26 al 31 agosto troviamo invece mastro Francesco Scala, mastro Antonio, mastro Ravisotto e mastro Aprile, nomi che, come quelli dei manovali, ricorrono spesso.

I registri, inoltre, attraverso annotazioni come queste “Lire 4 per trasporti di cadaveri di notte” oppure “Lire 2 al seppellitore per due notti” raccontano un altro aspetto della storia fino ad ora trascurato: al fine di avere lo spazio necessario per erigere la nuova sacrestia, la Confraternita del Gonfalone alienò alla parrocchia l’area in cui sorgeva la tomba dei confratelli. Ecco così spiegati i cadaveri portati via durante la notte.

 

I documenti descritti ci aiutano a far luce sulla storia delle nostre comunità e, forse, ci fanno sembrare la storia meno oscura e un po’ più vicina.

Rimandiamo al prossimo numero di Cozie la prosecuzione del “viaggio esplorativo” alla conoscenza dei preziosi ed importanti documenti conservati nell’Archivio parrocchiale di Dronero, documenti che ci consentono di approfondire meglio la storia della Valle Maira.

NOTE

[1] Fu il Concilio di Trento a stabilire l’obbligatorietà della tenuta dei registri di nascita e matrimonio a partire dal 1563, mentre la compilazione dei registri degli atti di morte diverrà obbligatoria solo a partire dal 1614. Ciò nonostante in alcune città italiane si conservano registri parrocchiali di epoca pre-tridentina

2 In archivistica si definisce “serie” un raggruppamento di documenti dalle caratteristiche omogenee

3 Archivio Storico Parrocchia Dronero (d’ora in poi ASPD) I.1

4 ASPD/II.1

5 ASPD/III.1

6 ASPD/345

7 Il Bosco della Fraschetta andò distrutto a causa delle politiche agrarie di epoca Napoleonica e al suo posto sorse la comunità di San Chiaffredo

8 Tela rada

9 Bambagia, cotone

10 Tessuto simile alla garza

11 Tipo di tela grezza impiegata in diversi usi

12 Filato, tessuto, tela di canapa

13 Tovaglia

14 Canovacci

15 ASPD/405

16 ASPD/441

17 Emina

18 ASPD/442

19 Laminato metallico usato in carpenteria

20 Materiali per le grondaie

21 ASPD/405 – Ordinato di Sacrestia del 4 febbraio 1787

22 Corporazione

23 ASPD/405

24ASPD/405 – Ordinato di Sacrestia del 27 settembre 1789

25ASPD/448 – ASPD/451

26 ASPD/440 e ASPD/444

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