La riscoperta dell'antica tradizione alpina
Las Barboiras
Il carnevale del Villar d'Acceglio
di Piero Benedetto

A seguito di un progetto dell’Associazione Espaci Occitan è stato realizzato, nell’anno 2011, un documento a cura di Rosella Pellerino volto a preservare la memoria di un’antichissima tradizione, quella del carnevale alpino di Villaro appunto, e garantire ai posteri una base di partenza sulla quale elaborare un’eventuale riedizione della “festa”.

La ricerca documentaria si è estesa coinvolgendo studiosi e testimoni per riportare non solo le interpretazioni che etnologi e antropologi hanno dato dell’evento, ma anche le voci dei diversi protagonisti al fine di non snaturare l’intimo senso comunitario che appartiene alla popolazione accegliese e contribuisce a connotarne l’identità alpina.

L’ultima edizione del Carnevale di Villaro risale al 1991.

“Il più bel Carnevale della tradizione alpina”, sia per la bellezza dei costumi che per la teatralità della rappresentazione (una vera piece), nonché la presenza dei numerosi personaggi, simboli di riti primitivi, pagani e non, legati al mondo contadino ma appartenenti ad una cultura globale.

Va detto come le zone di montagna, in special modo le Alpi, terra di confine, siano un luogo privilegiato di incontro tra diverse culture.

Già nell’avanti Cristo Annibale partiva da Cartagine, attraversava Spagna, Francia e le Alpi per giungere a Roma. Da Roma partivano i legionari che attraversavano le Alpi per conquistare la Gallia. Poi i barbari da ovest e nord. Colombano, vescovo irlandese, attraversava le Alpi per fondare l’ordine dei Benedettini che costruirono le Abazie di San Costanzo al Monte, Pagno e Pedona (Borgo San Dalmazzo).

Queste Abazie vennero poi distrutte dai Saraceni che, sulle orme di Annibale, attraversarono le montagne. E ancora Carlo D’Angiò, Conte di Provenza, che nel 1314 attraverso il colle d’Enchiause scese la Valle Maira per assediare Dronero. Ancor prima, Bonaventura, legato del Papa, partecipò al Concilio di Lione, durato cinque anni, attraversando più volte la catena montuosa. Nei suoi viaggi ebbe modo di fondare numerose chiese e ospedali fra cui quelli di Santa Croce. I colli alpini erano dunque il luogo più frequentato dalle vie dei pellegrinaggi e del commercio. Ne sono testimonianza le innumerevoli chiese, cappelle e piloni disseminati su tutto l’arco. Non dimentichiamo inoltre nel XV secolo la costruzione del “Buco del Viso” ad opera del Marchese di Saluzzo Ludovico II.

Ad ogni contatto, passaggio o permanenza di “stranieri” si sono percepiti ed assimilati usi e costumi di altre genti, favorendo uno sviluppo culturale globale. Altri passaggi infine si sono registrati in tempi recenti per fenomeni migratori e contrabbando.

A proposito di Saraceni o Turchi e Carnevale, vale la pena di ricordare quanto riportato sull’ebdomadario dronerese “Il Progresso” (numero 6 dell’8 febbraio 1913), che descriveva le fasi della festa e la feroce battaglia tra “Provenzali”e “Turchi” che la Compagnia di Chiappera aveva inscenato.

Ancora nel 1968 (ultima edizione) le Compagnie di Castelletto Stura, Sant’Albano e Montanera rappresentavano nel Carnevale la vittoria sugli “Infedeli”. La festa, la rappresentazione, si svolgeva la domenica. Erano presenti centinaia di figuranti (per i tre comuni riuniti in una unica Compagnia) che, dopo aver arrestato il tiranno, lo processavano e condannavano a morte. Dopo la battaglia tra i locali e i Turchi, questi ultimi venivano sconfitti, più precisamente infilzati a colpi di spada (in dialetto pasà per le tripe). A fine rappresentazione non mancava mai una grande tavolata in piazza, dove il piatto forte erano appunto le “trippe in umido”, tipico piatto locale, simbolicamente rappresentante le “trippe” dei Turchi.

Tornando al Villaro di Acceglio, che per la presenza di numerose simbologie arcaiche è considerato il più bel carnevale della tradizione alpina, è opportuno fare alcune considerazioni.

Il Carnevale anticamente nasce come festa agricola per celebrare il ritorno del sole sulla terra dopo i rigori dell’inverno, la rinascita della primavera, il risveglio della natura.

La festa di inizio anno è assolutamente di origine pagana; significa eliminare e cancellare tutti i mali e i guai dell’anno appena passato e prevedere, assicurare, abbondanza e benessere per l’anno (agricolo) nuovo.

Significava il Bene che sconfigge il Male, questo già quando Sole, Luna e Terra erano considerate divinità e dovevano essere propiziate e le stagioni vissute come momenti sacri. Gli animali con le corna, quelli che davano latte e carne erano considerati invece simboli di abbondanza.

La Luna, già nell’arcaica astrologia, era il punto di riferimento per le attività agricole, e oggi è ancora così. Col l’avvento del cristianesimo si sono voluti imporre anche i santi a dettare regole (vedi i vari proverbi popolari) soprattutto per soppiantare riti pagani e avere maggior controllo sulla gestione degli eventi. Non ultimo per dirottare offerte e decime varie.

Non mancava poi il vino, componente fondamentale dei Baccanali nell’antica Roma dove, per mascherarsi, ci si tingeva il volto con il mosto.

Il rituale della festa prevedeva che all’inizio della primavera le creature diaboliche e rappresentanti il male facessero la loro comparsa sulla terra per cui dovevano essere esorcizzate, processate, cacciate o comprate, poi venivano i rituali per ingraziarsi la natura.

Per quanto riguarda l’etimologia, l’origine del nome Carnevale deriverebbe dall’istituzione della Quaresima.

La tesi più accreditata è quella relativa al “lasciare la carne”. La Quaresima nacque infatti da una primitiva usanza pagana, trasformata in legge ferrea, oggi diremmo per salvaguardare l’ecosistema.

Considerando infatti che a fine inverno le scorte alimentari erano al termine e che per la fame i pastori uccidevano i capretti e gli agnelli appena nati, fu proibito di consumare carne per 70 giorni. Quando la Chiesa cristiana si affermò come religione ufficiale fece sua questa regola istituendo la Quaresima, ma riducendo il divieto a 40 giorni.

Un rituale molto diffuso a fine “festa” era quello di allestire dei roghi. Si bruciavano dei fantocci, dopo che erano stati “processati”, rappresentanti il male o l’inverno oppure totem (simboli fallici sinonimo di fertilità), comunemente chiamati “scarli”. L’intento era scaramantico e propiziatorio: stimolare il sole, con alte fiamme, affinché scaldasse meglio la terra, oppure il “Carnevale” stesso.

Nel caso di Villaro di Acceglio il Carnevale viene processato e condannato a morte mediante fucilazione.

Per i roghi si usava esclusivamente legno di ginepro, sia perché il suo odore-profumo scacciava gli spiriti maligni, sia perché bruciando scoppietta e produce molte scintille.

Questo legno era anche rispettato dai cristiani in quanto, secondo la leggenda, la Sacra Famiglia inseguita da Erode si nascose dietro una pianta di ginepro e fu salva; sia perché il ginepro fu usato per la costruzione della croce di Gesù.

Il ginepro infine, come detto particolarmente rispettato dai cristiani, fu anche molto utilizzato nei roghi sui quali, durante i secoli dell’oscurantismo e della Santa Inquisizione, venivano condannate le “streghe” e coloro che, in dissenso con i dogmi romani, erano considerati eretici.

Oltre ai molteplici e primitivi rituali contadini, tutti legati all’inizio di un nuovo ciclo agrario, si sono aggiunti col tempo altri rituali di vita civile, quali ad esempio la cacciata del tiranno o la rievocazione di epiche battaglie.

Si sono aggiunti poi personaggi tipici locali, abbinati ad usi e costumi del territorio.

Questo è il vero Carnevale: un rituale, una rappresentazione teatrale, a cui partecipa tutta la comunità, ricco di simboli con fondate radici storiche e culturali, specie per quelli alpini che hanno assimilato, per via della cultura globale, facilitata dalla posizione geografica, usanze di altre regioni.

Il Carnevale di Villaro è stato considerato (ultima edizione 1991) dagli antropologi, tra cui Piercarlo Grimaldi, il maggior esponente a livello nazionale e oltre, uno dei migliori e autentici perché interpreta fedelmente le antiche celebrazioni (senza tener conto della bellezza e della ricchezza dei costumi, confezionati nelle notti di veglia invernale dalle donne del luogo).

È chiamato Barboiras per via delle folte barbe con cui si mascheravano alcuni personaggi.

Anche la barba infatti è un simbolo arcaico: spersonalizza, rende enigmatico il volto e l’identità.

I personaggi più interessanti delle Barboiras per la loro simbologia sono certamente il Diavolo e l’Orso, uno simbolo metafisico del male, l’altro, rappresentazione fisica.

Quella dell’Orso è una delle maschere più diffuse nel folklore europeo e anche una delle più importanti dell’arco alpino. È una delle personificazioni del Carnevale, cioè il protagonista di quei riti che, collocandosi all’inizio di un ciclo stagionale, hanno lo scopo di eliminare, distruggere, purificare o scacciare tutto ciò che è male, che nuoce od ostacola il rinnovarsi della natura.

Le cerimonie danno normalmente vita ad azioni in cui il personaggio viene catturato, viene distrutto oppure cacciato, viene eliminata insomma la sua natura selvatica. Infine l’Orso viene addomesticato e accompagnato su di un percorso che ne sancisce la riabilitazione, la morte e la resurrezione oppure la fuga.

Il passaggio dell’Orso incatenato con il domatore per le vie del paese si traduceva in una questua, ad una raccolta di vino e cibo.

Dal punto di vista simbolico era anche un’occasione per mantenere i rapporti tra individui e famiglie.

Prima ancora di incarnarsi ed animare i cortei carnevaleschi, la figura dell’Orso compare in tutto l’arco alpino come un mito meteorologico.

Si narra che nella notte tra il 1° ed il 2 febbraio l’Orso si risvegliasse dal letargo, uscisse dalla tana e osservasse la luna traendone delle previsioni. Se il tempo era scuro (luna nuova), l’Orso non entrava più nella tana e la primavera iniziava presto; se era chiaro (luna piena), l’Orso tornava a dormire per altri 40 giorni e la primavera era tardiva.

Queste memorie le ritroviamo ancora oggi nell’est Europa, dove sono diffusissime, e persino a Filadelfia (Pennsylvania), dove anziché l’Orso è presente la marmotta.

La posizione della luna in questa notte, infatti, consente di prevedere la data dell’ultimo giorno di Carnevale, che deve coincidere nell’ultima luna nuova di febbraio e, di conseguenza, stabilire la ricorrenza pasquale.

Questa, a sua volta, fornisce preziose indicazioni poiché, tradizionalmente una pasqua “alta” (precoce), era indizio di buona stagione. Al contrario una pasqua “bassa” (tardiva), preannunciava un’annata difficile.

La possibilità di stabilire la natura dell’annata a venire con un buon anticipo naturalmente consentiva di impostare il lavoro agricolo.

L’Orso “lunare” insomma aveva la funzione di “reggere” e traghettare un sapere, accompagnando il passaggio dalla stagione invernale a quella primaverile.

Il motivo che spiega l’importanza dell’Orso, garante del risveglio della primavera, è quello di aver passato l’inverno in letargo, uno stato simile alla morte, per poi risorgere. Un dialogo dunque fra l’al di là e il mondo dei vivi.

Queste leggende pagane sono molto simili e antecedenti a quelle sulla resurrezione di Cristo. La chiesa, col tempo, ha tentato di rafforzare la propria autorità. Così l’Orso lunare e i riti connessi sono stati assediati dalla presenza di santi e riti a loro connessi.

Nei primi secoli si celebrava, il 2 febbraio, la presentazione al tempio, poi la purificazione della Beata Vergine. In seguito fu istituito il rito della “candelora” e poi il 3 febbraio il culto del taumaturgo Biagio.

Questi riti cristiani lasciano trasparire una continuità coi precedenti, di provenienza pagana, volti alla purificazione.

L’atteggiamento della chiesa verso la figura dell’Orso, a partire dal medio evo, risulta articolato e contraddittorio. L’Orso sembra, talvolta, essere lo strumento di Dio per proteggere i suoi servitori e diversi santi. Fra questi Bernardo da Mentone, che liberò dal demonio il colle alpino che porta il suo nome. Questi santi sono raffigurati accompagnati da un orso con tanto di basto, come un fedele amico.

Tuttavia i casi in cui l’Orso serve docilmente un santo, più che ad un valore positivo, sembrano suggerire l’idea di una vittoria del bene (santo) sul male (orso/demonio) che lo ha ridotto in schiavitù.

Contemporaneamente la chiesa portò avanti l’opera di demonizzazione dell’Orso al fine di impossessarsi di una figura molto forte, molto presente ed ingombrante nell’immaginario folkloristico precristiano.

Dal XIV secolo l’orso compare nell’iconografia cristiana come simbolo di lussuria, gola, collera e accidia, quindi smascherando il vizio contrapposto alla virtù.

Per quanto riguarda la cerimonia carnevalesca con la maschera dell’Orso, il primo studio si deve a Piercarlo Grimaldi (1996), che individua ben 37 maschere presenti in varie località del Piemonte.

A cura della Regione è anche nato un progetto dal titolo “Dei selvatici, orsi e lupi nei carnevali del Piemonte”. Una mostra sul tema è stata presentata a Parigi nel 2007 ed al museo di Scienze Naturali di Torino e in altri ecomusei.

Il Diavolo e l’Orso però non sempre erano presenti nel Carnevale di Villaro. Nelle edizioni in cui comparivano, lu Diau era vestito di rosso e nero, aveva le corna con in mano un forcone. Il suo compito era quello di spaventare la gente.

Il costume dell’Orso invece veniva fatto con pelli di pecora. Il Cacciatore lo lasciava scappare per il paese, poi lo rincorreva sparandogli con un fucile, ovviamente a salve. L’Orso moriva lasciandosi rotolare giù per un pendio.

Altra figura significativa, presente nel Carnevale di Villaro, è quella dell’Ebreo Errante. Personaggio conosciuto in tutta Europa la sua leggenda si è tramandata nei secoli.

La storia dell’Ebreo fu importata in Italia dopo le prime crociate. Originariamente era Isaac Laqquedem, calzolaio, che secondo i vangeli apocrifi ebbe un orecchio mozzato da Pietro nel Getsemani per aver rifiutato una sosta a Gesù e dallo stesso Gesù condannato a vagabondare perennemente senza sosta. Cecco Angiolieri in una sua invettiva, augurava al padre lo stesso castigo come al Buttadeo, cioè colui che aveva buttato, respinto Dio. Di qui il nome Taddeo, trasformato poi in Giampè Tadè o Gian Pitadè. In altri luoghi, specialmente in Langa, è conosciuto come “l’uomo dei 5 soldi”.

Altri personaggi della Compagnia del Villaro erano il Comandante, lu Cumandant d’ le Barboiras, che aveva il compito di guidare le maschere per le strade delle borgate, di presentarle alla gente e dare ordini ai vari personaggi nello svolgimento del loro ruolo.

Il suo costume consisteva in una divisa: giacca e pantaloni neri bordati di nastri colorati. Una cinghia molto larga con enorme fibbia dorata. Al petto molte medaglie appuntate e in testa lu casco, elmo dorato. (già in tempi Napoleonici gli emigranti della Valle compravano ai mercati di Tolone, sede della marina da guerra, gli elmi degli ammiragli per poi, al ritorno, usarli nelle manifestazioni). Portava guanti bianchi.

Poi il Vice Comandante, l’Aiutant d’Bataio, che riceveva e trasmetteva gli ordini alla Compagnia. Ha un costume simile ma più dimesso.

Personaggio principe il Carnevale, lu Carlval, protagonista della festa. Non parla mai, ma scappa, corre ed esegue con gli Arlecchini una danza particolare. Il suo costume è molto ricco: è vestito con calzoni e casacca bianchi, bordati di nastri colorati e ricamati, cuciti lungo le gambe e, a zig zag, lungo le braccia. Anche colletto e polsini sono bordati. Al colletto è legato un nastro. Sul petto, sulla schiena e sulle gambe sono cucite delle coccarde, cucardos, colorate grandi e piccole, rotonde e a forma di cuore. Attorno alla vita sono fissati dei fazzoletti e foulard colorati e ricamati e sul davanti uno tutto dorato e piegato a forma di triangolo. Una cintura bianca imbottita alla quale sono attaccati in doppia fila dei sonagli, ciukins o escarlins.

In testa porta un cappello particolare, a tronco di piramide, tutto bordato di nastri arricciati e con in cima dei mazzetti di fiori e spighe di grano (simbolo di fertilità), circondati da una collana di perline, urins Porta guanti bianchi e tiene in mano la sciabula, una spada con un limone conficcato in punta. Al limone non viene comunemente attribuito un significato particolare.

Può simboleggiare il sole o addirittura l’organo femminile, visto che anticamente si usava come contraccettivo (ad Ivrea, nella famosa battaglia delle arance, il succo simboleggia il sangue dei Turchi, sconfitti e cacciati).

Poi troviamo gli Arlecchini, Arlikins. Sono due personaggi che accompagnano sempre il Carnevale e hanno un costume molto simile al suo. L’unico elemento che cambia è il cappello: è a forma di cono, è bianco, bordato con nastri, coccarde. Dalla punta partono numerosi nastri colorati e ricamati, bindeus o livreos, che arrivano alla schiena. Anche gli Arlecchini portano la cintura con i campanelli e le spade. Eseguono la danza insieme al Carnevale, corrono con lui e lo difendono dalla Quaresima. In bocca hanno un fischietto. Il ballo degli Arlecchini e del Carnevale consiste essenzialmente in salti; più saltano in alto, più il grano sarà alto nella stagione a venire.

Abbiamo quindi i Sapor, Uomini del Bosco, due personaggi vestiti di nero con dei pantaloni fin sotto le ginocchia, braios a la Zuavo, un cappotto, lu pastrin, stretto da una cinghia con una enorme fibbia, stivali, una tuba nera con un nastro rosso che forma un bordo rosso sulla testa e scende lungo la schiena. Sul cappello sono disegnate o cucite due accétte decorate e in cima una coccarda. Hanno baffi e barba molto folti e in bocca tengono una pipa, la fumo. Il loro compito è quello di liberare le strade dalle barricate, tronchi o altri ostacoli che impediscono il passaggio della Compagnia del Carnevale. Nel senso figurato rappresentano, con questo loro rituale, la fine del lungo isolamento invernale.

Abbiamo poi gli Sposi, lu spus e la spuzo, una coppia giovane. Lei è vestita di nero con uno scialle bianco e un velo bianco in testa e i guanti bianchi. Nel Carnevale gli sposi non svolgono azioni particolari. La loro presenza rappresenta la garanzia che la comunità e la Compagnia avranno sempre nuovi componenti grazie ai figli che essi metteranno al mondo.

Altro personaggio è Pulcinella o Largo. È chiamato così perché corre, salta e grida alla gente di fare largo, di lasciar passare. È munito di un lungo bastone biforcato sulla punta dove sono attaccati campanelli e girandole. Il suo costume è costituito da pantaloni bianchi con toppe multicolore, una casacca bianca con strisce rosse verticali sulla schiena e un cappello di paglia rivestito di fazzoletti e fiocchi colorati.

Sono presenti il Portabandiera, il Tamburino e il Cantiniere con una piccola botte sulle spalle.

Immancabili i Carabinieri, vestiti come i gendarmi coi pennacchi e le armi. Hanno il compito di sorvegliare il Carnevale e, al momento opportuno, arrestarlo e incatenarlo.

Ancora il Postino e il Medico con l’Infermiere, riconducibili agli antichi messaggeri e guaritori.

Poi il Tribunale, lu Senat, con tanto di avvocati, Cancelliere e Presidente. Questi, su di un palco, lu ciafaut, allestito sulla piazza, addobbato con stoffe, coccarde, cuscini e bambole, processano il Carnevale, condannandolo poi a morte.

Il condannato a fine sentenza maledice tutti augurando 40 giorni di astinenza e digiuno.

Infine il Becchino e la Quaresima,  lu sutror e la Careimo. La Quaresima è rappresentata da un uomo travestito da vecchia, tutta vestita di nero, con la faccia coperta da un velo o una maschera. In mano tiene la rocca e il fuso.

La Quaresima, la morte, è vestita di nero a simboleggiare il lutto; da notare che in altre zone, Elva ad esempio, nelle rappresentazioni il colore del lutto è il bianco.

Il Becchino raffigura un vecchio con un cappello in testa e il volto coperto da un fazzoletto o una maschera. In mano porta il metro per prendere le misure al Carnevale, un piccone e una pala per scavargli la fossa.

La Compagnia era composta anche dai Magnin. Questo gruppo di dodici, tredici persone, non partecipava direttamente alla rappresentazione della domenica. Entrava in scena solo il venerdì grasso. Si sporcavano le mani e la faccia di nero e rincorrevano le ragazze, minacciandole di sporcarle di fuliggine (in altri luoghi questi intervengono il mercoledì delle Ceneri, Mercu Scurot. Passavano di casa in casa per fare la questua delle uova…).

Fortunatamente, a cura di Rosella Pellerino, nel suo lavoro sono stati raccolti e trascritti i dialoghi del Carnevale.

Testi molto belli, recitati dai vari personaggi: i dialoghi tra Comandante e Vice, tra i Sapor, tra i componenti del Tribunale, anche la canzone dell’Ebreo Errante e delle Barboiras. Una memoria fantastica.

A distanza di circa 30 anni dall’ultima edizione il comune di Acceglio ha organizzato una giornata dedicata.

Il 25 febbraio scorso, in occasione del Carnevale, si è svolto nel salone comunale il convegno “Feste e rinascite alpine: il Carnevale di Villaro di Acceglio”. Relatore il professor Piercarlo Grimaldi, docente di antropologia e Rettore dell’Università di Pollenzo. Entusiasta ed efficace il relatore ha esposto i significati culturali del carnevale, i contenuti antropologici, invitando gli accegliesi a riprendere la tradizionale manifestazione, anche in considerazione del fatto che di essa esistono documentazioni scritte, fotografiche e filmiche atte a supportarne la memoria.

Con l’occasione è stato proiettato un filmato, girato dallo stesso professor Grimaldi, circa una delle passate edizioni.

Nel contempo a Villaro, in una splendida residenza, è stata inaugurata la mostra (donata da Espaci Occitan al comune di Acceglio per costituire una  permanente) “Las Barboiras del Vilar”: tavole pittoriche realizzate da Piero e Sara Benedetto, rappresentanti i vari personaggi.

Si spera che l’iniziativa sia lo spunto per ridar vita a questa millenaria e importante festa folclorica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com