ELVA: combattè nella Prima Guerra Mondiale sulle montagne del Friuli
La storia di GIUAN d’CASETO
Quando si tratta di vita o di morte bisogna fare delle scelte e sono sempre difficili da prendere
di Franco Baudino

Introduzione

Nell’estate del 2016 Franco Baudino ci ha raccontato per la prima volta la storia di questo elevese che salvò la sua vita e quella di molti suoi commilitoni durante la Prima Guerra Mondiale.

È una di quelle storie che aiuta a capire, una volta di più, come tutte le guerre siano sbagliate. E Giuan d’Caseto, con la sua di storia, non fa che confermare questa verità.

 

 

“Giuan d’Caseto”, Dao Loste Giovanni, classe 1886 abitava nei pressi della borgata Rinaud in una grande casa isolata situata al di sotto della strada comunale che attraversava tutto il cantone delle Traverse, “la Caseto”.

Durante il servizio militare viene mandato a Messina a prestare soccorso alle popolazioni vittime del disastroso terremoto del 28 dicembre 1908 che causò, tra le due sponde, oltre 100 mila morti.

Non sono riuscito ad entrare in possesso di fotografie ed altro che riguardi la sua vita militare, soltanto un diploma del Ministro della Guerra che gli viene rilasciato proprio in occasione del terremoto, diploma datomi gentilmente da un suo nipote.

Poi arriva la Grande Guerra 1915 – 1918 e Giuan si trova a dover combattere sulle montagne del Friuli. Uomo dotato di grande coraggio ed eccezionali doti atletiche, si distingue per abilità e sprezzo del pericolo.

Facendo parte del corpo degli Arditi era impegnato continuamente in missioni ad alto rischio.

Un giorno, durante l’attraversamento di un versante, per salvarsi la pelle fu costretto a compiere un gesto che mai in vita sua avrebbe pensato di fare.

Il sentiero attraversava un tratto esposto tenuto sotto tiro dagli Austriaci. Passare indenne in quella zona era impossibile!

I colpi partivano da due punti e i cecchini nemici non si potevano individuare. L’unica soluzione era di tornare indietro ma il Capitano non ne voleva sapere e l’ordine era quello di attraversare.

Uno dopo l’altro i soldati italiani passavano e due colpi ravvicinati li facevano precipitare nel dirupo. Fra poco sarebbe toccato a lui passare e morire, ma quando il Capitano ordinò a Giuan di avanzare, Giuan girò il “novantuno” (il fucile ndr) verso il suo Capitano e lo fece secco, salvando se stesso e quello che restava della Compagnia.

“Quel bastardone dopo aver fatto ammazzare tutta la Compagnia sarebbe andato in licenza” raccontava Giuan una volta tornato dalla guerra. Ma il fatto si venne a sapere e Giuan fu condannato a morte.

Nell’attesa dell’esecuzione viene continuamente impegnato in missioni molto pericolose a ridosso delle linee nemiche. Poi un giorno arriva la proposta di una missione al limite dell’impossibile: in quella missione la probabilità di salvare la pelle era quasi nulla ma lui era un condannato a morte, quindi morte per morte almeno sarebbe stato ucciso dal nemico e non dai suoi. Giuan accettò senza esitazione.

Si trattava di catturare un ufficiale austriaco particolarmente abile e condurlo prigioniero oltre la linea italiana.

Le circostanze del momento vollero che Giuan riportasse l’ufficiale oltre la linea italiana ma morto, trafitto proprio dalla sua baionetta. La condanna a morte fu sospesa: era libero di tornare a Elva!

Ancora una volta la fortuna era stata dalla sua parte…

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