I fratelli di Pagliero furono protagonisti del "rinascimento" saluzzese sotto i marchesi Ludovico I e II
GLI ZABRERI
La loro bottega, tra il 1450 e il 1520, realizzò portali di chiese, fonti battesimali e capitelli in pietra
di Simone Demaria

Premessa

“(…) E sembra quindi da tuttociò si possa con molta apparenza di verità assegnare l’epoca in cui i marchesi di Saluzzo acquistavano il pieno dominio tanto di Dronero che della valle di Maira verso la metà del secolo decimoterzo”.

Così, nel 1868, il barone Giuseppe Manuel di San Giovanni, a pag 64 delle Memorie storiche di Dronero e della valle di Maira (vol. I) annota l’inizio della secolare storia che porterà i nostri territori a condividere le sorti, perlopiù fastose, del marchesato di Saluzzo.

Il 18 aprile 1247 infatti, una sentenza arbitramentale pronunziata dal conte di Biandrate stabilì che: “(…) il castello e terra di Brossasco dovessero spettare al marchese di Busca, con obbligo però di riconoscerli in feudo dal marchese di Saluzzo; che il detto marchese di Busca fosse tenuto di rinunziare a quello di Saluzzo i dritti tanto reali che personali che poteva ancora avere sopra Dronero, la valle Mairana, Montemale, Barona e superiormente alla Morra andando verso Dronero (…)”.

La sentenza, il cui originale in pergamena è conservato presso l’Archivio generale di Stato di Torino, si può leggere nel cartario pubblicato dal Manuel.

Varrà la pena sottolineare che il lunedì 27 luglio 1254, nella chiesa di San Ponzio a Dronero, il conte Tommaso di Savoia, tutore del marchese Tommaso di Saluzzo allora minorenne “(…) prometteva, a nome del medesimo, agli uomini della valle della Maira, tam dominis feudatariis quam aliis hominibus, di tenerli nelle stesse buone usanze e consuetudini di cui avevano goduto sotto il marchese Guglielmo di Busca e l’Enrico suo figlio (…)”.

Il Manuel prosegue sottolineando che“(…) Si vede quindi come fosse non solamente già allora in vigore, ma anche da non poco tempo prima, l’organizzazione politica di questa valle di Maira, la quale durò poi per circa quattro secoli, e come si trovasse già essa divisa in tre parti, delle quali la inferiore era composta dal comune di Dronero, la mediana da quelli di San Damiano e Pagliero, e la superiore dalle rimanenti terre situate al di là del rivo Breissino (…)”.

Insomma, da Dronero ad Acceglio la nostra valle si apprestava a legare le sue sorti e il suo destino a quella Saluzzo che tanta parte avrà nella storia medievale del nostro Paese.

 

Il “Rinascimento” saluzzese

Oggetto di questo breve articolo sarà un periodo storico assai limitato ma quanto mai ricco che coinvolse il marchesato di Saluzzo soprattutto nella seconda metà del XV secolo, in corrispondenza con il governo dei marchesi Ludovico I e del figlio Ludovico II. Ci occuperemo di questo ben preciso lasso di tempo per il contributo datovi da una famiglia di artigiani della valle Maira: i fratelli Zabreri di Pagliero.

Prima però di addentrarci nella loro bottega, scoprendone la maestria nella lavorazione della pietra, occorrerà inquadrare meglio le figure dei marchesi Ludovico I e II. A guidarci saranno ancora una volta le pagine scritte dal Manuel.

“(…) fu solo più tardi, cioè verso la fine del secolo decimoquarto, che le dodici terre della valle superiore, già unite prima con altri legami di comune interesse, risolsero di adottare per tutte anche gli stessi statuti (…)”.

Il 5 novembre 1396 infatti, gli Statuti dell’Alta Valle Maira ossia “(…) capitula et ordinamenta vallis mayranae a Ripo Breixino supra (…)” vennero presentati dai “quattro sapienti”  incaricati della stesura. Statuti che valevano per le 12 terre oltre la borgata che oggi chiamiamo Reboissino (Buisin in lingua d’Oc)” e cioè: Paglieres, Lottulo, Alma, Celle, Stroppo, Elva, Marmora, Canosio, Prazzo, San Michele, Ussolo, Acceglio.

La valle Maira dunque, sul principiare del XV secolo godeva di un’autonomia che ne riconosceva l’importanza politica e civile all’interno del marchesato di Saluzzo. E proprio nel 1400, in campo artistico e più in generale diremmo oggi a livello di infrastrutture, avverranno episodi che è bene qui riassumere seppur brevemente.

Il portale della chiesa parrocchiale di San Damiano Macra riportava la data (oggi illeggibile) 1417 e certamente ha visto l’intervento degli Zabreri almeno per una piccola parte. Nel 1428 invece la comunità di Dronero inaugura il grandioso ponte sul torrente Maira, o ponte del Diavolo, che sancisce definitivamente l’addio alla passerella sulle rive del corso d’acqua in zona Vauri.

Un’ opera, questa del ponte merlato, che a ben pensarci non avrà eguali per alcuni secoli sul territorio di Dronero e che configura la classe amministrativa di allora come un’assemblea di statisti al confronto di esempi a noi più vicini.

“(…) Circa questo tempo ebbe luogo la fabbricazione del gran ponte merlato in tre archi sulla Maira, che congiunge il luogo di Dronero col sobborgo situato sull’opposta riva, ed è tuttora meritatamente riguardato quale opera stupenda dell’arte in quel secolo; e ad essa si riferisce l’atto di quitanza (sic) per la somma di settecento fiorini della regina, che passava certo Antonio Magister pontis lapidum Dragonerii alli Bernardo de Butinonibus e Domenico Poynta sindaci di detta comunità per residui suoi averi, sia per la fabbrica di detto ponte, sia per altre opere a servizio della medesima, li 16 di marzo del 1428 (…)”.

Altra data degna di essere tramandata è quella del 17 maggio 1434, quando il marchese Ludovico I donò nel borgo Mezzano di Dronero una casa che poi ospiterà il palazzo comunale.

Redatti il 6 ottobre 1450 gli Statuti di Cartignano, a ruota troviamo nel 1453 quelli di San Damiano e Pagliero e, finalmente, nel 1476 quelli di Dronero.

Tutto ciò avveniva sotto Ludovico I (1416 – 1475) mentre nel vallone di Pagliero una famiglia formata da tre fratelli incominciava un percorso fatto di pietra e di sudore che vale la pena approfondire al meglio.

 

I fratelli de Zabreriis

Intorno al 1450 dunque, e sino al 1520 secondo i più recenti studi storici, tre fratelli di Pagliero si imposero come punto di riferimento nell’ambito della scultura su pietra.

Ci guiderà nel cammino alla scoperta di questa bottega l’approfondita ricerca condotta dal prof. Giovanni Coccoluto (Società per gli Studi Storici, Archeologici ed Artistici della Provincia di Cuneo) pubblicata sul volume “Lungo la Maira, schizzi e disegni di Giovanni Vacchetta (1890 – 1930)” edito nel 2013. Oltre naturalmente le Memorie del più volte citato Manuel di San Giovanni.

Ma partiamo dal cognome dei nostri tre fratelli!

Stefano, Costanzo e Maurizio molto probabilmente di cognome facevano Chiabreri, diretto riferimento all’omonima borgata(i Ciabrie in lingua d’Oc) presente nel vallone di Pagliero. Fatto sta che il ch venne col tempo trascritto in z e, convenzionalmente, in maniera definitiva il cognome sarà Zabreri.

Di loro parla approfonditamente il Manuel: “(…) In questi anni si poneva in Dronero mano alla riedificazione o ristauro (sic) della chiesa parrocchiale dei santi Ponzio e Andrea (…)”.

I sindaci di Dronero “(…) vennero li 2 giugno del 1455 a convenzione con certi Stefano, Costanzo e Maurizio Zabreri del luogo di Pagliero per la costruzione in marmo del portale o porta maggiore della detta chiesa, secondo il disegno stato dal Consiglio del comune adottato. Le principali condizioni del contratto furono per parte dei costruttori di dare l’opera finita nello spazio di tre anni tutta in marmo a loro spese; e che il vano della porta dovesse essere di piedi sette e mezzo in larghezza e piedi nove in altezza, od anche più grande qualora il Consiglio avesse così giudicato per maggiore bellezza dell’opera. Per loro parte i sindaci assunsero l’obbligo a nome della comunità di sborsare ai medesimi in tre rate 260 fiorini di picciol peso da grossi dodici di Savoia l’uno e di somministrar loro inoltre nel corso dei lavori una carrata di grano e dodici sestarii di vino, e fu lasciata inoltre a carico della comunità sia la condotta sul luogo dei materiali, come la provvista delle pietre da murare, arena, calce, legni ed ogni altra cosa necessaria alla fabbrica (…)”.

La parrocchiale verrà riconsacrata il 13 ottobre del 1461 e doveva apparire agli occhi dei droneresi come la vediamo noi oggi.

Con questo documento, l’unico pervenutoci in originale, la bottega dei fratelli Zabreri entra a pieno diritto sulla scena, potremmo dire artistica, del Marchesato di Saluzzo. A partire dal 1450 infatti, la loro presenza su importanti cantieri non solo del saluzzese ma anche nel ducato di Savoia e nel regno di Francia sarà testimoniata da ricerche e datazioni storiche a noi vicine.

Limitandoci ai portali delle chiese, l’altra opera che viene ormai attribuita agli Zabreri con ragionevole sicurezza è quella in San Francesco a Cuneo anche se non abbiamo riscontri documentali. Fatto sta che il primo settembre 1481 il portale era completato.

Un settore scultoreo all’interno del quale ritroviamo più opere ascritte con sicurezza agli Zabreri è quello dei fonti battesimali. Il modello è pressoché identico: la forma a calice con tazza poligonale e un nodo scolpito al centro del fusto.

Secondo Coccoluto è a far data dal 1450 che inizia una vera e importante produzione con ben 5 fonti nello stesso anno, dislocate a Pagliero, Piasco, Isasca, Brossasco e il 10 dicembre di quell’anno a La Manta.

A seguire, sempre secondo il Coccoluto, troviamo Melle (1452), Scarnafigi (1455), San Pietro di Monterosso (1456), San Martino di Valgrana (1456), Monasterolo (1457), Valmala (1461), Roccabruna (1461), Rossana (1473), Fossano (1480), Tarantasca (1480), Sampeyre (1482), Bra (1484), Caraglio (1490), Aisone (1491), Revello e Savigliano (1498), la Cattedrale a Cuneo (1490) e infine in S. Ambrogio.

Da ricordare inoltre la produzione dei capitelli, i più antichi fra i quali sono da considerarsi quelli presenti nella cappella della chiesa antica di S. Antonio in borgata Chiesa a Pagliero.

In valle Maira però non operava soltanto la bottega dei fratelli Zabreri, e il Coccoluto ne fornisce ampia rendicontazione citando, tra gli altri, i fonti battesimali di Paglieres (1439) e Marmora, nonché il fonte battesimale e la parte absidale della parrocchiale di Elva che risalirebbero ai primo decenni del ‘400, così come l’ospedale di Caudano a Stroppo che è invece posteriore (1463).

Insomma, la vallata tutta nel periodo oggetto di questo modesto scritto vedeva un fiorire di cantieri tesi a rendere i nostri paesi attraenti e ricchi di manufatti.

Ma da dove ricavavano il materiale per le loro sculture i fratelli Zabreri?

A tentare una risposta, sempre nel volume a cura del prof. Coccoluto, è l’ingegner Luigi Massimo che scrive: “ (…)Si  dice che gli Zabreri utilizzassero una cava che si trovava alla costa Belgard sulle pendici del monte Birrone, poco sopra l’attuale strada dei cannoni. I vecchi della borgata ancora ne parlano, ma con l’amico Aldo Marino ho passato invano molto tempo a cercarne le tracce. Dopo quasi mezzo millennio, ammesso che esistesse, questa cava è stata probabilmente ricoperta da frane e terriccio (…)”.

 

Ludovico II

Nel frattempo, morto Ludovico I, gli succedette suo figlio con il nome di Ludovico II (1475 – 1504). Come giustamente sottolineato da più parti fu un grande ed attento amministratore, sensibile soprattutto all’aspetto della viabilità che nelle nostre valli rappresentava un nodo cruciale dello sviluppo (e in parte lo è ancora oggi a sei secoli di distanza).

Proprio nel periodo in cui la bottega dei fratelli Zabreri apriva i suoi cantieri in numerosi centri del Marchesato, Ludovico II diede il via ai lavori che porteranno al cosiddetto “Buco del Viso”. Questa opera, realizzata tra il 1475 e il 1480 a 2882 metri s.l.m, misura 76 metri, è larga 2,5 e alta 2 e garantiva il passaggio di sale a dorso di mulo, ma non solo, tra il saluzzese e il Delfinato.

Parimenti, in valle Maira Ludovico II ordinò con sentenza del 5 giugno 1486 “(…) agli uomini della valle superiore di ristaurare (sic) e mantenere in buono stato a loro spese la strada maestra della valle dal rivo Breissino fino al colle detto delle Monache”.

Una lungimiranza che gli derivava, forse, dall’essere stato luogotenente per il re di Francia Carlo VIII a Aix en Provence, dove rimase dal 1487 al 1490 in seguito all’invasione del Marchesato di Saluzzo da parte del duca di Savoia.

E guarda caso, proprio al suo rientro a Saluzzo, in valle Maira incominciò a lavorare Hans Clemer, conosciuto come il Maestro d’Elva. Ma questa è un’altra storia…

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